Ho capito che la relazione tra la mia amica che non si chiama Marika e Musikanten stava diventando seria, quando lei mi ha parlato di (facciamo finta che si chiami..) Ugo e non di Musikanten. Ma la serietà della relazione – pardonnez: del fidanzamento – durò solo 36 ore e a quel punto, Ugo, tornò a essere Musikanten. Esiste anche un caso di segno opposto: l’Indeciso, dopo un anno si è deciso e nelle nostre attuali conversazioni è solo Giovanni. Salvo ripensamenti, che nel caso dell’ex Indeciso non si possono certo escludere.
Benvenuti nel sancta sanctorum delle nostre conversazioni: lì, dove le orecchie interessate non sentono e forse fanno meglio a non sentire. Perché se da che mondo è mondo – o se nella stragrande maggioranza del mondo conosciuto – l’uomo spasimante o spasimato, è generalmente deificato, nel tempio del “vorrei innamorarmi ma non posso”, noi – blasfeme vestali di una nuova spiritualità metropolitana – lo oggettiviamo.
Siamo fatte così, le mie amiche ed io: individuato un possibile soggetto amoroso, gli appiccichiamo addosso un’etichetta, come si fa con gli abiti in lavanderia, per ordinare il caso e sapere esattamente dove si trova. In verità, non lo facciamo intenzionalmente, ma lo facciamo. Sempre. Anzi, ribattezzare amori e amorazzi – o aspiranti e aspirati tali ̵ è un’abitudine talmente radicata, che alle volte è necessario un piccolo sforzo di memoria per ricordare quali siano i veri nomi che si celano dietro i vari Principe della Pashmina, Pesciolino, Marito, o Pascion (ironico e con la S, tanto per ridicolizzarlo un po’ di più).
Certo, a guardare la storia della mia vita, la cosa potrebbe avere anche un senso. Il mio palmarès, non sarà così ricco ma è certamente confuso: ho tre ex fidanzati e un paio di flirt che portano lo stesso nome. Capite bene, che genere di difficoltà la fortuita coincidenza, potrebbe ingenerare in chi mi ascolta, senza sostituire il solito nome con una sigla che renda più facile l’estrazione del file di riferimento. Purtroppo però, il mio caso non fa testo. A cospetto di noi ancelle, infatti, nessuno – e intendo proprio nessuno, solito nome o no che sia – sfugge alla regola: pochi istanti – e/o indizi – e il da poco conosciuto Maurizio, diventa per esempio Piup (declinazione anglofona dell’originario Pupo).
Il campionario di categorie epinominali a cui attingiamo, è vasto e variegato. Comprende: caratteristiche fisiche (Nano – degradato a Nano Malefico ad archiviazione del caso amoroso – ma anche Il Discobolo e non dico perché, ma lascio licenza di malizia); indicazioni geografiche di residenza (Urbino, Alemagna, Austrelia); passioni o attività di vario tipo (Fisarmonica, Filosofo, persino I Cesaroni al plurale – sebbene fosse un singolo – come la serie Tv che lo appassionava tanto, ovvero più della mia amica); ecc…
Quando li passo in rassegna o quando sento dire a una di noi qualcosa del genere: “Scusa, l’hai chiamato Andrea, mica Paranoia.. che ne so chi è?” la cosa, lo confesso, mi turba: yes, I shok myself.
E la domanda sorge spontanea: quand’è che siamo diventate così str.. diciamo, strane? E soprattutto: perché? Con l’aiutodell’antropologia, ho sviluppato una teoria atta a spiegare – se non giustificare – cotanta bastardaggine: noi siamo una comunità e per assorbire il nuovo arrivato abbiamo bisogno di un rituale di passaggio che ne sancisca l’affiliazione. Niente di meglio, in tal senso, che un bel battesimo a sua insaputa. Ma l’argomentazione, sebbene intrigante, ha un punto debole: generalmente, se hai appena conosciuto qualcuno e ti piace, non ne vedi i difetti. O per lo meno, non inizi, immediatamente, la caccia al difetto o a quello che non va. Noi, invece, sembriamo morire dalla voglia di scoprire cosa ci sia di strano del nuovo venuto o di renderlo, comunque, un oggetto. Se non è un Nano o un Paranoia, allora deve essere per lo meno un Musikanten: tutto, tranne che un individuo in carne e ossa o un essere umano. Siamo ciniche. Siamo ciniche, sì, ma non è colpa nostra.
La verità, credo, è che per sopravvivere a tutti e dieci i vent’anni (21, 22, 23..) e a tutti i Paranoia che si comportano da Piup(o) Indeciso, il cinismo è stata l’unica via di salvezza. Io, per esempio, i miei soliti nomi, li chiamavo con il solito nome, aggiungendo al massimo il cognome o un riferimento qualunque, se il mio interlocutore non capiva a chi mi riferissi. Poi è arrivato Senza Nome. Cosiddetto, perchè mi faceva soffrire così tanto da non riuscire a pronunciarne il nome, senza farmi venire dolor di stomaco. Scrivevo Senza Nome, persino nei mie diari. Ed è stato confrontando le relative esperienze passate e dolorosissime, che abbiamo scoperto di avere, tutte, un inpronunciabile di riferimento (per una L’Eterno, per l’altra L’Antico, ecc..) e c’abbiamo preso gusto. E allora, altro che battesimo o rituale di passaggio! Direi piuttosto, che l’oggettivazione del soggetto funziona un po’ come il vaccino antinfluenzale: intanto te lo fai, così… per sicurezza.
Pubblicato su le vie del Centro Magazine, Messina, giugno-luglio 2010
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