Archivio | Stories RSS feed for this section

Venere e Marte? Lettere e Ingegneria

17 ott
Marte - simbolo -

Marte - simbolo -

Quando andavo all’università e non avevano ancora inventato i numeretti per il turno in stile salumeria (o Dio, veramente li avevano inventati, ma alle segreterie dell’Università di Palermo pareva troppo brutto usarli) uno strano fenomeno si appalesava ai miei occhi.

Fila di Scienze Politiche, Architettura, Agraria semivuota. Fila di Scienze Motorie assolutamente vuota.  Quasi tutte le altre variamente affollate a seconda dei giorni e delle circostanze.  Delirio totale e costante davanti Lettere e Filosofia. Perché noi umanisti siamo tanti (troppi) e soprattutto artisti. L’ordine ci è innaturale. Abbiamo bisogno del caos per pensarci un po’ su e organizzarlo. Altrimenti non ci iscriveremmo a Lettere e Filosofia e faremmo la fila dall’altra parte dell’androne e dell’universo umano: a Ingegneria.  80% uomini, con la carpetta, uno dietro l’altro, in silenzio. Agghiaccianti, per una che fa Lettere e Filosofia.

Poi si cresce e le cose cambiano.

Venere - simbolo -

L’altro ieri, una mia amica (alle prese – evidentemente – con questioni fiscali) ha twittato: “Ho deciso che mi fidanzo. Solo con un commercialista. Sono seria.”

La capisco. A me la burocrazia fa impazzire. Figurarsi le norme fiscali. Sono un’umanista e non ci capisco niente. Anzi, non è che non ci capisco niente: non voglio. Mi rifiuto.

Quindi sì:  se una deve tenersi un estraneo che le gira per casa, un commercialista ha almeno un senso. Un’utilità.

Io però, mi rifiuto di capirne anche altre di cose.

E infatti, se proprio devo scegliere, tifo ingegneri. Non solo perché il migliore dei miei ex fidanzati è un ingegnere, ma perché smontano i tubi, aprono i cofani delle macchine capendoci qualcosa (e soprattutto – quando lo fanno – ti allontanano, perché sei femmina, non capisci e a loro piace giocare da soli con gli spinterogeni), scaricano App e aggiornamenti  dal pc e ci parlano pure loro con il commercialista.

Sì, per fortuna si cresce e a Ingegneria erano quasi tutti maschi.

Adio Pupa: Bentornata Pupa

12 ott

Adio Pupa

Adesso che è finita nella gallery di Repubblica.it ci manca ancora di più.

Sì perché – qualora non lo sappiate – una mano crudele ha cancellato la storia di Pupa dai muri dell’Albergheria, a Palermo.

Noi la ricordiamo così, al massimo del suo splendore. Rigustate la LOV STORI di Pupa cliccando qui.

Turandot, naturalmente – o Vincerò

30 set

Opera on Ice - locandina -

A Verona, a Verona! Come dice Romeo (esiliato) in Romeo e Giulietta. Solo che io non sono stata esiliata e soprattutto non ho nessuna intenzione di morire per amore.

La citazione l’ho scelta solo perché ci vado: ho vinto un contest di DonnaModerna e farò l’inviata a Opera on Ice. Uno spettacolo nella famosa Arena, in cui alcuni tra i più grandi campioni del pattinaggio artistico di livello mondiale (da Lambiel alla Kostner) si esibiranno su musiche tratte da opere liriche.

Trattandosi di pattinaggio su ghiaccio e lirica, non potevo perdere. Chi mi conosce o ha già letto qualcosa di mio (per esempio qui e qui) lo sa: potevo solo suicidarmi come Tosca, per il dolore, se non l’avessi fatto.

Comunque, prima di partire, vi lascio il post con cui ho vinto. Dovevo reinterpretare la protagonista di un melodramma. Io ho scelto Turandot, naturalmente.

Stralcio di conversazione realmente avvenuta: “Compy – dice la mia amica –  io lo so: a uno che ti vede gli pari tutta fimminazza, ma tu sei dolce dolce” [trad. dal siculo-italiano all’italiano e basta: Comparella, lo so: un uomo che ti ha appena conosciuta ha l’impressione che tu sia una donna fredda e sicura di sé, ma in verità sei un’ipersensibile]. “Praticamente sono come il cornetto – rispondo. – Algida, ma con il cuore di panna.”

Al di là della battuta, il fulcro della conversazione è sempre lo stesso. Decine di conversazioni si fermano sullo stesso punto: io lo so che chi mi conosce lo sa, ma non capisco perché altri, cioè gli uomini, non lo capiscano.

Qualche giorno prima, per esempio, a uno di quelli che asseriscono di non capirmi, avevo detto “io non sono la Sfinge. Sono una persona”. A pensarci bene anche quella era una risposta da fimminazza. A pensarci bene, non credo sia servita a fargli capire qualcosa in più. A pensarci bene, quando sto sulla difensiva io sembro la Sfinge, anche se sono una persona, una donna e con il cuore di panna.

Ma che ci posso fare se percepisco l’amore come quanto di più potenzialmente pericoloso possa esistere? Prendete Violetta, la protagonista della Traviata. All’inizio dell’opera, tutta felice e contenta, canta al mondo quanto sia bello essere “sempre libera di folleggiare di gioia in gioia”. Ne è talmente convinta, da profetizzare “saria per me tragedia un serio amor”. Però si innamora e infatti alla fine muore. Per colpa della tisi sì, ma muore. Quanto meno Alfredo porta sfiga.

Avrebbe dovuto cacciarlo dal primo momento o tagliargli la testa, come faceva Turandot con tutti quelli che non superavano la prova, piuttosto che sacrificarsi per lui che – per altro – non ha mai fatto nulla per meritarsi quell’ “Amami Alfredo, amami quanto io t’amo”. E perché poi, devono essere sempre le donne a dimostrare qualcosa e a capire gli uomini?

No. Molto meglio Turandot. Io la capisco. Io la capisco una che se ne sta tranquilla nel suo regno, fa la principessa e non vuole essere conquistata. Chi glielo fa fare? Perché mai dovrebbe? Volete Turandot? Dimostratele che ne vale la pena. E va bene che ci sono glienigmi da superare (perché comunque fa la Sfinge anche lei) ma se arriva uno come Calaf, sicuro di sé quel tanto che basta, tutto è possibile.

Supera la prova perché non ne ha paura, non si fa prendere dal panico e capisce che le risposte sono semplici, le più semplici. Ma fa di più. Perché gli basterebbe quello per avere la mano di Turandot. Ha tutti dalla sua parte, persino il suocero, ma lei protesta. E ancora una volta lui capisce. Capisce che Turandot fa così solo perché nel frattempo si è innamorata (a chi la vuol dare a bere?) e una donna innamorata ama come tutte le altre. Anche se sembra la Sfinge, anche se sembra gelida e fin troppo fiera, non vuole essere vinta, ma semplicemente amata e vuole poterlo dire (un po’ come la Traviata).

E allora Calaf le offre quello che desidera davvero, non una sfida come sembrerebbe (se indovina il suo nome potrà giustiziarlo, se non lo fa lo sposerà) ma una resa. Se non ne fosse stato certo, avrebbe passato la notte (che potrebbe essere l’ultima della sua vita) certamente in bianco ma non per cantare Vincerò. E fa bene, perché il trucco riesce (o forse è solo complicità tra innamorati): Turandot ha capito che lui ha capito tutto di lei, che si può fidare, perché quell’uomo non è solo all’altezza della sua intelligenza, è in grado di capire soprattutto i suoi sentimenti senza fare sforzi e senza ferirli. A quell’uomo (di cui conosce il nome) non avrà mai bisogno di dire “Amami quanto io t’amo”, perché l’amerà e si ameranno e basta. A tal al punto da poterlo chiamare solo Amore. E infatti alla fine non muore nessuno.

Sì, io la capisco Turandot, naturalmente.

La favola che avrebbero dovuto raccontargli da piccoli

17 set

Principe

Negli ultimi giorni, alcune mie amiche hanno ricevuto via mail la seguente storiella:

La favola che avrebbero dovuto raccontarci da piccole
C’era una volta, in un paese lontano lontano una bellissima principessa, indipendente e sicura di sé.
Un giorno, mentre leggeva i giornali seduta sulle sponde di un laghetto incontaminato, incontrò una rana.
La rana le saltò in grembo e disse: – Elegante Signora, io ero un bel principe finché una strega cattiva mi fece un incantesimo. Un bacio da te e tornerò ad essere il bel principe che sono.
E poi, dolcezza, noi ci potremo sposare, mettere su casa nel tuo castello, tu potrai cucinare per me, lavare i miei vestiti, portare nel tuo grembo i miei figli ed essermene per sempre grata.
Quella sera mentre la principessa cenava beatamente gustando un bel piatto di gambe di rana saltate in padella, annaffiate da vino bianco, ridacchiava tra sé e pensava “… col cazzo”.
Le mie amiche dicono di averla apprezzarla. Nessuno dei miei amici o conoscenti ha osato proferire parola al riguardo.
Alle donne che l’avevano già letta e a quelle che l’hanno fatto adesso per la prima volta, devo una confessione: ho rivisto alcuni punti  – tu chiamalo, se vuoi, labor limae – e così come riportata la favola che avrebbero dovuto raccontarci da piccole, non è l’originale anche se il senso, la morale della favola, non cambia.
Agli uomini invece, devo una favola: perché se a noi femminucce hanno fatto credere che il principe azzurro esistesse davvero, l’altra metà della mela – o della tragedia – è che i maschietti hanno creduto davvero nell’esistenza della principessa rosa.

Principessa

La favola che avrebbero dovuto raccontargli da piccoli

C’era una volta – e ci sarebbe anche oggi – in un regno normale, una principessa dall’aspetto ordinario. Suo papà aveva un sacco di soldi e la principessa non aveva problemi: andava dal parrucchiere una volta alla settimana, comprava tutti i vestiti che voleva e grazie ai miracoli della cosmesi, sembrava più carina di quanto in realtà non fosse.
La principessa, ovviamente, era anche raccomandata: non aveva bisogno di studiare più di tanto e un giorno le avrebbero trovato anche un buon lavoro. Non perché ne avesse bisogno, ma così.. per darsi un tono.
La mamma invece, le diceva sempre che un bel giorno avrebbe dovuto trovarsi un fidanzato; ma non uno qualunque: uno che fosse anche un buon partito.
E fu così, che la principessa rosa non conobbe un principe, lo selezionò. Non era solo un figlio di papà dal brillante futuro assicurato, era anche intelligente e sexy. Lei, fece tutto quello che si fa in questi casi.
Ogni volta che c’era il principe a una festa, ballava succinta ma solo accanto a lui, per fargli capire che era una troia sì, “ma solo per te amore!”.
Con gli amici di lui era carina ma non pulla, perché fosse chiaro a tutto il mondo – e soprattutto al principe – che anche se il resto del mondo esisteva – ed era pure simpatico – a lei, non interessava.
Con le amiche e le ex fidanzate del principe, era ancora più gentile: era il modo migliore per tenerle sottocontrollo.
Ma soprattutto, se il principe aveva un problema, la principessa rosa faceva la faccia dispiaciuta, si metteva quasi a piangere e dentro di sé ringraziava il cielo: aveva una buona occasione per aiutarlo e dimostrare quanto tenesse a lui.
Le cose andarono avanti così per un po’ di tempo. Finché una sera, la principessa rosa si autoinvitò a cena. Si mise a cucinare, bevve un bicchiere di vino – per dare tutta la colpa all’alcool – e si mostrò più succinta del solito.
Giunti a quello che credeva essere il momento fatidico, la principessa rosa chiuse gli occhi e aprì leggermente le labbra. Il principe la guardò intensamente e disse:- Non sono un debole e non sono neanche cretino: ho 30 anni, tutte le donne che voglio, guadagno bene e mi diverto. Perché dovrei mettermi con te? Perché mi fai compagnia e mi aiuti se ho bisogno? Non te l’ho chiesto io e so benissimo che non lo fai perché sei una santa, ma per farmi innamorare di te a furia di farmi pena e ringraziarti. Se hai davvero lo spirito della missionaria, vai ai cucinare per i senza tetto. Io, posso fare da solo, chiamare un amico, un’amica che non me lo rinfaccia o ordinare al take away. Il cane che mi fa compagnia mentre guardo la TV, come vedi già ce l’ho. L’unico vincolo che mi lega a lui è portarlo fuori a fare la pipì e per premio non mi fidanzo con lui..  al massimo gli regalo un osso.

Regine si nasce

10 mag

Elizabeth The Golden Age - locandina -

Da piccola, volevo il cavallo. Disperatamente.

Si dirà che il 90% dei bambini, indifferentemente dal sesso, hanno lo stesso sogno.

Vero, ma c’è di più.

Quand’ero piccola, tutte le bambine amavano il rosa e da grandi volevano fare le ballerine. Se non ve lo ricordate o se nei primi anni ’80 non c’eravate, andate a rivedere le intervistate di Sandra Milo a Piccoli Fans. Io però non ero tra queste: mi piaceva l’azzurro e preferivo mettere alla prova i miei muscoli arrampicandomi su dei pali piantati nel giardino di casa mia. Non ricordo quante volte mia madre, in preda al panico, mi ha trovato appesa a testa in giù. Per mia fortuna, non sa quante volte non mi ha trovato, cioè non mi ha scoperta.

Certo, mi piaceva Madonna, anche a 5 anni, ma perché non era come Lorella Cuccarini (la brava ragazza più amata dagli italiani ed eroina delle mie coetanee). Non capivo niente di quello che di diceva, ma capivo l’essenziale: era lei la più cool. Era lei la regina e la sua creatività era il suo regno.

Ma il sintomo, o il segnale più pericoloso, è un altro: a sei anni ho protestato. Vigorosamente. Scoperto casualmente che il vero cognome di mia madre non era Cortese ma un altro e che la chiamavano così solo perché era sposata, ho protestato, seduta sul sedile davanti della 500 con cui mi accompagnava a scuola, in prima elementare. Al ritorno, le comunicai la soluzione: mi sarei sposata, ma solo con uno che si chiamava Cortese, così non dovevo cambiare cognome.

Però anch’io come tutte, disegnavo: abiti con gonne larghe e fiocchi, simil sposa… ispirati a Lady Oscar, ovvero nella fattispecie a Maria Antonietta, che comunque era la sovrana.

A tutte queste cose ho ripensato negli ultimi giorni, stimolata dal proliferare di articoli su royal wedding, accompagnati dall’assioma “tutte sogniamo di sposare il principe azzurro”.

Ho visto il royal weddig. Naturalmente. Ma del romanzo non me ne fregava nulla. Mi eccitavano la pompa magna e le implicazioni di carattere istituzionale. Volete mettere? E non mi sono emozionata con il bacio sul balcone, ma col finale della cerimonia: sposi e ospiti che cantano Dio Salvi la Regina. Tutti, compreso il marito della Regina. Tutti meno che lei, la Regina, muta, nel suo regale silenzio. Che goduria infinita (soprattutto, nel video linkato, dal minuto 1,4 in poi).

Royal Wedding - balcone -

No, io la sindrome della principessa, tantomeno della principessa sul pisello e/o chiusa nella torre, addormenta, sveglia ma maltratta e comunque sempre da salvare, io no, non ce l’ho mai avuta (piuttosto mi arrampico su un palo e ti faccio vedere che non cado).

Io stimavo solo le padrone di se stesse e regine di qualcosa, volevo il cavallo e amavo l’azzurro perché una vera donna sovrana di se stessa al momento giusto, se c’è bisogno, sa fare tutto quello che farebbe un uomo – Elisabetta I contro l’Invincibile Armata spagnola insegna – per poi tornare al suo Regno da femmina: con un bel vestito, ampio, regale e il gisto accompagnamento di pompa magna.

E come Elisabetta I, non ho mai avuto voglia di sposare un principe se pensa di potersi intromettere, solo per questo, nel mio Regno. Piccolo, insignificante ma pur sempre indipendente ha da essere. Io, o per meglio dire la nostra maestà, lo difenderemo. Nel Regno della nostra creatività, del nostro punto di vista, dei nostri sogni e dei nostri princìpi (non prìncipi), non si accettano interferenze. E se qualcuno ci attacca oltre che sovrano saremo anche primo ministro. E non uno qualunque. Ma uno che in diretta radiofonica dichiara al mondo intero “We shall never surrender!” non per presunzione, ma per amore di  verità.

Accettasi al massimo un Filippo di Endimburgo, principe consorte, che garantisca che il Regno, cosi come il nome di famiglia, resti il nostro. Perché, regine si nasce. Non ci si diventa, men che meno per matrimonio. In quel caso al massimo, si resta principesse e per giunta solo consorti.

H. R. M. Antonella The Gentle, Queen of herself and of her wrinting.

Post cronache

2 mag

Victoria Beckham - royal wedding

La folla a piazza San Pietro urla “Kiss, Kiss!” che non è una stazione radiofonica ma l’invito a fare Obama Santo Subito. Intanto, davanti la Casa Bianca, migliaia di giovani intonano inni religiosi, alzando il pugno chiuso, per omaggiare una sfilata di carrozze su cui viaggiano leader sindacali scortate da cardinali a cavallo.

I leghisti invece, da Backingam Palace, minacciano una mozione contro Carla Brunim Sarkosy che, senza cappello, fomenta uno tzumani umano pronto a boicottare la moda padana. “Fanno sempre una brutta fine queste qui”, ricorda qualcuno che ancora ricorda la triste storia della regina del popolo Victoria Beckam: forse incinta del quarto figlio del figlio di Gheddafi (giocatore della Juventuns), morì nel crollo del palazzo dell’Almà a Parigi. Vittima – secondo alcuni – di un’operazione dei servizi segreti pakistani, nome in codice “Bella Ciao”.

[pagina personale di Facebook, 2 maggio 2011]

Francamente mi scompiscio

3 apr

Francamente me ne infischio - scena finale Via col Vento -

Io sono Reth, per questo amo Rossella. Ma è normale: Margaret Mitchell era una donna, l’eroina del suo libro e oggetto del suo amore (come accade sempre nel rapporto autore/opera, Gustave Flaubert/Madame Bovary c’est moi insegna) aveva le caratteristiche dell’uomo non reale ma dei sogni di ogni donna (e non parliamo di principi col pennacchio ma di gentaglia tutti e due/sogno erotico e appagante). Reth invece ama Rossella come solo una donna vorrebbe (più che saprebbe) fare con l’eventuale uomo/gentaglia tutte e due che vorrebbe tanto amare. Per questo alla fine se va e dice “francamente me ne infischio”. Fa quello che una moltitudine di donne, sopraggiunto il secondo istinto, quello di sopravvivenza, vorrebbe fare senza averne il coraggio.

Ma io sono Reth. Lo sono davvero. E non nel senso che me ne vado: nel senso che non sono l’astrazione degli istinti erotico-sentimentali (prima) e di sopravvivenza (dopo) repressi di una donna. Lo sono perché sono quegli istinti (entrambi) e se succede anche di ben altri sentimenti (reali). Senza bisogno di scuse e astrazioni e senza bisogno di auto-convincermi. Perché sono una donna onesta, soprattutto con me stessa.

E se nessuna donna – onesta o no – è Rossella, perché sarebbe un uomo, nessun uomo che mente a se stesso è Rossella per il semplice fatto di mentire a se stesso, se lo fa. Perché nessun uomo reale possiede qualità maschili irreali, che solo una donna può astrarre in una donna per parlare di un uomo. E perché, soprattutto, un uomo che mente a se stesso si auto-convince. Infatti lo fa per quello.

Non avrà mai momenti di crisi in cui rimpiangerà di non essere tanto buono e generoso come sua madre. Ne sarà sicuro, nonostante tutto. Non si accorgerà all’improvviso e quando ormai è troppo tardi (forse, perché la Mitchell era comunque una donna e anche se gli faceva chiudere la porta, lasciava il finale aperto) che di Asley non gliene importa nulla.

E  da buon Reth, io che ho il coraggio “di guardare le cose in faccia e chiamarle col loro nome” senza inventarmi un alter ego maschile che le dica per me, davanti ai tentativi bislacchi di chi cerca di convincere se stesso di qualcosa in cui evidentemente non crede, perché corroborato da una serie infinita di atti e fatti (reali) che ne attestano la totale falsità, non riesco a non ridere. Sì, my dear, io francamente… mi scompiscio.

De pudicitia*

5 lug

Credo di essere una donna pudica. Sebbene della pudicizia abbia un concetto del tutto particolare.

pudicizia

Ho usato il topless in qualche occasione. Ogni volta era in luogo sperduto, dove nessuno sapeva chi fossi. Non mi sentivo nuda, né desiderata o desiderabile. Ma indifferente, quasi invisibile.

Esponevo il mio corpo al sole perché evaporasse. Se sguardi impudenti si fossero posati su di me, non credo che me sarei accorta. Di fatto, non me ne sono accorta.

E’ accaduto che mi sorprendessi ballerina e disinibita, io. “Mi” sorprendessi, perché era solo affar mio:  eppure so che gli altri c’erano.

Credo di aver sviluppato una forma del tutto personale di autismo: la sindrome di Piskarev (così la chiamo, in onore di un sublime personaggio inventato da ‘Gogol ne la Prospettiva Nevskij).

Quello che non riesco a esporre sono le mie emozioni. Le considero il bene più prezioso che ho. Non posso sciuparlo, esporlo alla cattiveria e alla superficialità, che può essere ancora più feroce. Credo sia più rischioso mettere a nudo le proprie emozioni che la propria carne.

È rischioso. Per questo non riesco a condividerle se non con un ristretto numero di persone e mai con nessuno completamente. Distribuisco le confessioni, come l’acuto agente di finanza distribuisce il rischio. Gli investimenti vanno pur fatti – dice l’economista -, se si vuol diventare ricchi, bisogna avere il coraggio di rischiare.

Il mio singolare modo di concepire la pudicizia, ha come fondamento un principio di scienza economica, non esistenziale. Devo essere davvero stronza, oltre che pudìca.

* riesumato dal 2006

Tu chiamalo se vuoi, noi non vuoi.

16 giu

Ho capito che la relazione tra la mia amica che non si chiama Marika e Musikanten stava diventando seria, quando lei mi ha parlato di (facciamo finta che si chiami..) Ugo e non di Musikanten. Ma la serietà della relazione – pardonnez: del fidanzamento – durò solo 36 ore e a quel punto, Ugo, tornò a essere Musikanten. Esiste anche un caso di segno opposto: l’Indeciso, dopo un anno si è deciso e nelle nostre attuali conversazioni è solo Giovanni. Salvo ripensamenti, che nel caso dell’ex Indeciso non si possono certo escludere.

Benvenuti nel sancta sanctorum delle nostre conversazioni: lì, dove le orecchie interessate non sentono e forse fanno meglio a non sentire. Perché se da che mondo è mondo – o se nella stragrande maggioranza del mondo conosciuto – l’uomo spasimante o spasimato, è generalmente deificato, nel tempio del “vorrei innamorarmi ma non posso”, noi – blasfeme vestali di una nuova spiritualità metropolitana – lo oggettiviamo.

Siamo fatte così, le mie amiche ed io: individuato un possibile soggetto amoroso, gli appiccichiamo addosso un’etichetta, come si fa con gli abiti in lavanderia, per ordinare il caso e sapere esattamente dove si trova. In verità, non lo facciamo intenzionalmente, ma lo facciamo. Sempre. Anzi, ribattezzare amori e amorazzi – o aspiranti e aspirati tali ̵ è un’abitudine talmente radicata, che alle volte è necessario un piccolo sforzo di memoria per ricordare quali siano i veri nomi che si celano dietro i vari Principe della PashminaPesciolino, Marito, o Pascion (ironico e con la S, tanto per ridicolizzarlo un po’ di più).

Certo, a guardare la storia della mia vita, la cosa potrebbe avere anche un senso. Il mio palmarès, non sarà così ricco ma è certamente confuso: ho tre ex fidanzati e un paio di flirt che portano lo stesso nome. Capite bene, che genere di difficoltà la fortuita coincidenza, potrebbe ingenerare in chi mi ascolta, senza sostituire il solito nome con una sigla che renda più facile l’estrazione del file di riferimento. Purtroppo però, il mio caso non fa testo. A cospetto di noi ancelle, infatti, nessuno – e intendo proprio nessuno, solito nome o no che sia – sfugge alla regola: pochi istanti – e/o indizi – e il da poco conosciuto Maurizio, diventa per esempio Piup (declinazione anglofona dell’originario Pupo).

Il campionario di categorie epinominali a cui attingiamo, è vasto e variegato. Comprende: caratteristiche fisiche (Nano – degradato a Nano Malefico ad archiviazione del caso amoroso – ma anche Il Discobolo e non dico perché, ma lascio licenza di malizia); indicazioni geografiche di residenza (UrbinoAlemagnaAustrelia); passioni o attività di vario tipo (FisarmonicaFilosofo, persino I Cesaroni al plurale – sebbene fosse un singolo – come la serie Tv che lo appassionava tanto, ovvero più della mia amica); ecc…

Quando li passo in rassegna o quando sento dire a una di noi qualcosa del genere: “Scusa, l’hai chiamato Andrea, mica Paranoia.. che ne so chi è?” la cosa, lo confesso, mi turba: yes, I shok myself.

E la domanda sorge spontanea: quand’è che siamo diventate così str.. diciamo, strane? E soprattutto: perché? Con l’aiutodell’antropologia, ho sviluppato una teoria atta a spiegare – se non giustificare – cotanta bastardaggine: noi siamo una comunità e per assorbire il nuovo arrivato abbiamo bisogno di un rituale di passaggio che ne sancisca l’affiliazione. Niente di meglio, in tal senso, che un bel battesimo a sua insaputa. Ma l’argomentazione, sebbene intrigante, ha un punto debole: generalmente, se hai appena conosciuto qualcuno e ti piace, non ne vedi i difetti. O per lo meno, non inizi, immediatamente, la caccia al difetto o a quello che non va. Noi, invece, sembriamo morire dalla voglia di scoprire cosa ci sia di strano del nuovo venuto o di renderlo, comunque, un oggetto. Se non è un Nano o un Paranoia, allora deve essere per lo meno un Musikanten: tutto, tranne che un individuo in carne e ossa o un essere umano. Siamo ciniche. Siamo ciniche, sì, ma non è colpa nostra.

La verità, credo, è che per sopravvivere a tutti e dieci i vent’anni (21, 22, 23..) e a tutti i Paranoia che si comportano da Piup(o) Indeciso, il cinismo è stata l’unica via di salvezza. Io, per esempio, i miei soliti nomi, li chiamavo con il solito nome, aggiungendo al massimo il cognome o un riferimento qualunque, se il mio interlocutore non capiva a chi mi riferissi. Poi è arrivato Senza Nome. Cosiddetto, perchè mi faceva soffrire così tanto da non riuscire a pronunciarne il nome, senza farmi venire dolor di stomaco. Scrivevo Senza Nome, persino nei mie diari. Ed è stato confrontando le relative esperienze passate e dolorosissime, che abbiamo scoperto di avere, tutte, un inpronunciabile di riferimento (per una L’Eterno, per l’altra L’Antico, ecc..) e c’abbiamo preso gusto. E allora, altro che battesimo o rituale di passaggio! Direi piuttosto, che l’oggettivazione del soggetto funziona un po’ come il vaccino antinfluenzale: intanto te lo fai, così… per sicurezza.

Pubblicato su le vie del Centro Magazine, Messina, giugno-luglio 2010

Esemplari da Biblioteca

7 mag

libri

Adversis perfugium, secundis ornamentum. Così sta scritto, anzi inciso, sull’enorme lapide marmorea in cima alla scalinata interna della Biblioteca Regionale Siciliana, di corso Vittorio Emanuele a Palermo. O per meglio dire: dell’ex Biblioteca Nazionale di corso Vittorio. Preciso, perché alcuni ci tengono. Chi? Solitamente, ogni buon palermitano medio. I (presunti) lettori affezionati di questa rubrica sanno, che ogni buon palermitano medio, dunque di mezza età e media cultura – e che probabilmente ha frequentato la suddetta biblioteca almeno una volta nella vita – è anche mediamente orgoglioso dello status di ex Capitale del Regno della sua città. Ergo, chiama ancora la Biblioteca regionale, “Nazionale” perché gli suona più appropriato e dice “corso Vittorio” – non Vittorio Emanuele – perché con i principi e i regnanti si sente a suo agio. Come dire..? In confidenza. Noi oriundi evoluti – distinti dal fuori sede tipo tasciuliddo [cfr. messinese.: zallittu] non abbiamo di queste velleità: per noi la regionale, è solo “la Regionale”. Abbiamo fatto copia e incolla e ci siamo adeguati ai palermitani medi sì, ma anche giovani. Quelli cioè, che hanno rinunciato alla nobiltà anche nell’eloquio. Picciotti, siamo. Fatto sta, che da studenti universitari, laureandi, dottorandi o in attesa di concorso, andiamo alla “Regionale” senza ulteriori epiteti. Ci sarebbe anche villa Trabia per questo genere di attività, ma è un posto per fighetti, non per palermitani medi e oriundi, ancorché evoluti. Questione urbanistica più che di feeling: la villa e il suo immenso parco, sono collocati nell’epicentro delle residenze chic della città: l’asse via Libertà-Notarbartolo, che si estende in cerchi concentrici e da cui giungono – in motòoore – figli di papà ex Garibaldini. Quelli cioè, che da liceali andavano al Garibaldi. Che per farvi capire è un po’ come il Maurolico a Messina, solo che i “Garibaldini”, in quanto tali, si sentono rivoluzionari, sebbene a modo loro. Ovvero nella versione Lacoste Luis Vuitton. A villa Trabia e nel suo immenso parco, per altro, si collocano anche esemplari sopravvissuti al Gonzaga: scuola privatissima, costosissima e gesuitissima. Gli “scanazzati” [trad.: frikkettoni], invece, vanno a Lettere: nei corridoi di Lettere, nei box autogestiti di Lettere, nella biblioteca del Corpo Basso di Lettere. Così chiamato perché è una palazzina meno alta della principale che ospita la facoltà, il Corpo Basso è detto anche Corpo Tascio, in onore alla poièsi – uso un grecismo che mi capitò di sentire davanti la macchinetta del caffè, di Lettere – didread, sciarpe colorate e sigarette rollate col tabacco, esibite con estetica post-moderna dall’universo umanistico che l’affolla. Insomma, di posti per studiare a Palermo ce ne sono di tutti i tipi. Scegliete la specie di appartenenza e trovate l’habitat conseguente. Ne ho citati solo alcuni e garantisco: sono tutti affollatissimi. Perché? Adversis perfugium, secundis ornamentum? Direi che non mi convince. Per lo meno non quanto uno scorcio di conversazione, udito qualche giorno fa alla Regionale. Amico 1:- A me questa sala sembra migliore per studiare. Amico 2:- Sì, ma sono tutte minorenni.

Pubblicato su Le Vie del Centro, Messina

%d bloggers like this: