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Venere e Marte? Lettere e Ingegneria

17 ott
Marte - simbolo -

Marte - simbolo -

Quando andavo all’università e non avevano ancora inventato i numeretti per il turno in stile salumeria (o Dio, veramente li avevano inventati, ma alle segreterie dell’Università di Palermo pareva troppo brutto usarli) uno strano fenomeno si appalesava ai miei occhi.

Fila di Scienze Politiche, Architettura, Agraria semivuota. Fila di Scienze Motorie assolutamente vuota.  Quasi tutte le altre variamente affollate a seconda dei giorni e delle circostanze.  Delirio totale e costante davanti Lettere e Filosofia. Perché noi umanisti siamo tanti (troppi) e soprattutto artisti. L’ordine ci è innaturale. Abbiamo bisogno del caos per pensarci un po’ su e organizzarlo. Altrimenti non ci iscriveremmo a Lettere e Filosofia e faremmo la fila dall’altra parte dell’androne e dell’universo umano: a Ingegneria.  80% uomini, con la carpetta, uno dietro l’altro, in silenzio. Agghiaccianti, per una che fa Lettere e Filosofia.

Poi si cresce e le cose cambiano.

Venere - simbolo -

L’altro ieri, una mia amica (alle prese – evidentemente – con questioni fiscali) ha twittato: “Ho deciso che mi fidanzo. Solo con un commercialista. Sono seria.”

La capisco. A me la burocrazia fa impazzire. Figurarsi le norme fiscali. Sono un’umanista e non ci capisco niente. Anzi, non è che non ci capisco niente: non voglio. Mi rifiuto.

Quindi sì:  se una deve tenersi un estraneo che le gira per casa, un commercialista ha almeno un senso. Un’utilità.

Io però, mi rifiuto di capirne anche altre di cose.

E infatti, se proprio devo scegliere, tifo ingegneri. Non solo perché il migliore dei miei ex fidanzati è un ingegnere, ma perché smontano i tubi, aprono i cofani delle macchine capendoci qualcosa (e soprattutto – quando lo fanno – ti allontanano, perché sei femmina, non capisci e a loro piace giocare da soli con gli spinterogeni), scaricano App e aggiornamenti  dal pc e ci parlano pure loro con il commercialista.

Sì, per fortuna si cresce e a Ingegneria erano quasi tutti maschi.

Turandot, naturalmente – o Vincerò

30 set

Opera on Ice - locandina -

A Verona, a Verona! Come dice Romeo (esiliato) in Romeo e Giulietta. Solo che io non sono stata esiliata e soprattutto non ho nessuna intenzione di morire per amore.

La citazione l’ho scelta solo perché ci vado: ho vinto un contest di DonnaModerna e farò l’inviata a Opera on Ice. Uno spettacolo nella famosa Arena, in cui alcuni tra i più grandi campioni del pattinaggio artistico di livello mondiale (da Lambiel alla Kostner) si esibiranno su musiche tratte da opere liriche.

Trattandosi di pattinaggio su ghiaccio e lirica, non potevo perdere. Chi mi conosce o ha già letto qualcosa di mio (per esempio qui e qui) lo sa: potevo solo suicidarmi come Tosca, per il dolore, se non l’avessi fatto.

Comunque, prima di partire, vi lascio il post con cui ho vinto. Dovevo reinterpretare la protagonista di un melodramma. Io ho scelto Turandot, naturalmente.

Stralcio di conversazione realmente avvenuta: “Compy – dice la mia amica –  io lo so: a uno che ti vede gli pari tutta fimminazza, ma tu sei dolce dolce” [trad. dal siculo-italiano all’italiano e basta: Comparella, lo so: un uomo che ti ha appena conosciuta ha l’impressione che tu sia una donna fredda e sicura di sé, ma in verità sei un’ipersensibile]. “Praticamente sono come il cornetto – rispondo. – Algida, ma con il cuore di panna.”

Al di là della battuta, il fulcro della conversazione è sempre lo stesso. Decine di conversazioni si fermano sullo stesso punto: io lo so che chi mi conosce lo sa, ma non capisco perché altri, cioè gli uomini, non lo capiscano.

Qualche giorno prima, per esempio, a uno di quelli che asseriscono di non capirmi, avevo detto “io non sono la Sfinge. Sono una persona”. A pensarci bene anche quella era una risposta da fimminazza. A pensarci bene, non credo sia servita a fargli capire qualcosa in più. A pensarci bene, quando sto sulla difensiva io sembro la Sfinge, anche se sono una persona, una donna e con il cuore di panna.

Ma che ci posso fare se percepisco l’amore come quanto di più potenzialmente pericoloso possa esistere? Prendete Violetta, la protagonista della Traviata. All’inizio dell’opera, tutta felice e contenta, canta al mondo quanto sia bello essere “sempre libera di folleggiare di gioia in gioia”. Ne è talmente convinta, da profetizzare “saria per me tragedia un serio amor”. Però si innamora e infatti alla fine muore. Per colpa della tisi sì, ma muore. Quanto meno Alfredo porta sfiga.

Avrebbe dovuto cacciarlo dal primo momento o tagliargli la testa, come faceva Turandot con tutti quelli che non superavano la prova, piuttosto che sacrificarsi per lui che – per altro – non ha mai fatto nulla per meritarsi quell’ “Amami Alfredo, amami quanto io t’amo”. E perché poi, devono essere sempre le donne a dimostrare qualcosa e a capire gli uomini?

No. Molto meglio Turandot. Io la capisco. Io la capisco una che se ne sta tranquilla nel suo regno, fa la principessa e non vuole essere conquistata. Chi glielo fa fare? Perché mai dovrebbe? Volete Turandot? Dimostratele che ne vale la pena. E va bene che ci sono glienigmi da superare (perché comunque fa la Sfinge anche lei) ma se arriva uno come Calaf, sicuro di sé quel tanto che basta, tutto è possibile.

Supera la prova perché non ne ha paura, non si fa prendere dal panico e capisce che le risposte sono semplici, le più semplici. Ma fa di più. Perché gli basterebbe quello per avere la mano di Turandot. Ha tutti dalla sua parte, persino il suocero, ma lei protesta. E ancora una volta lui capisce. Capisce che Turandot fa così solo perché nel frattempo si è innamorata (a chi la vuol dare a bere?) e una donna innamorata ama come tutte le altre. Anche se sembra la Sfinge, anche se sembra gelida e fin troppo fiera, non vuole essere vinta, ma semplicemente amata e vuole poterlo dire (un po’ come la Traviata).

E allora Calaf le offre quello che desidera davvero, non una sfida come sembrerebbe (se indovina il suo nome potrà giustiziarlo, se non lo fa lo sposerà) ma una resa. Se non ne fosse stato certo, avrebbe passato la notte (che potrebbe essere l’ultima della sua vita) certamente in bianco ma non per cantare Vincerò. E fa bene, perché il trucco riesce (o forse è solo complicità tra innamorati): Turandot ha capito che lui ha capito tutto di lei, che si può fidare, perché quell’uomo non è solo all’altezza della sua intelligenza, è in grado di capire soprattutto i suoi sentimenti senza fare sforzi e senza ferirli. A quell’uomo (di cui conosce il nome) non avrà mai bisogno di dire “Amami quanto io t’amo”, perché l’amerà e si ameranno e basta. A tal al punto da poterlo chiamare solo Amore. E infatti alla fine non muore nessuno.

Sì, io la capisco Turandot, naturalmente.

La favola che avrebbero dovuto raccontargli da piccoli

17 set

Principe

Negli ultimi giorni, alcune mie amiche hanno ricevuto via mail la seguente storiella:

La favola che avrebbero dovuto raccontarci da piccole
C’era una volta, in un paese lontano lontano una bellissima principessa, indipendente e sicura di sé.
Un giorno, mentre leggeva i giornali seduta sulle sponde di un laghetto incontaminato, incontrò una rana.
La rana le saltò in grembo e disse: – Elegante Signora, io ero un bel principe finché una strega cattiva mi fece un incantesimo. Un bacio da te e tornerò ad essere il bel principe che sono.
E poi, dolcezza, noi ci potremo sposare, mettere su casa nel tuo castello, tu potrai cucinare per me, lavare i miei vestiti, portare nel tuo grembo i miei figli ed essermene per sempre grata.
Quella sera mentre la principessa cenava beatamente gustando un bel piatto di gambe di rana saltate in padella, annaffiate da vino bianco, ridacchiava tra sé e pensava “… col cazzo”.
Le mie amiche dicono di averla apprezzarla. Nessuno dei miei amici o conoscenti ha osato proferire parola al riguardo.
Alle donne che l’avevano già letta e a quelle che l’hanno fatto adesso per la prima volta, devo una confessione: ho rivisto alcuni punti  – tu chiamalo, se vuoi, labor limae – e così come riportata la favola che avrebbero dovuto raccontarci da piccole, non è l’originale anche se il senso, la morale della favola, non cambia.
Agli uomini invece, devo una favola: perché se a noi femminucce hanno fatto credere che il principe azzurro esistesse davvero, l’altra metà della mela – o della tragedia – è che i maschietti hanno creduto davvero nell’esistenza della principessa rosa.

Principessa

La favola che avrebbero dovuto raccontargli da piccoli

C’era una volta – e ci sarebbe anche oggi – in un regno normale, una principessa dall’aspetto ordinario. Suo papà aveva un sacco di soldi e la principessa non aveva problemi: andava dal parrucchiere una volta alla settimana, comprava tutti i vestiti che voleva e grazie ai miracoli della cosmesi, sembrava più carina di quanto in realtà non fosse.
La principessa, ovviamente, era anche raccomandata: non aveva bisogno di studiare più di tanto e un giorno le avrebbero trovato anche un buon lavoro. Non perché ne avesse bisogno, ma così.. per darsi un tono.
La mamma invece, le diceva sempre che un bel giorno avrebbe dovuto trovarsi un fidanzato; ma non uno qualunque: uno che fosse anche un buon partito.
E fu così, che la principessa rosa non conobbe un principe, lo selezionò. Non era solo un figlio di papà dal brillante futuro assicurato, era anche intelligente e sexy. Lei, fece tutto quello che si fa in questi casi.
Ogni volta che c’era il principe a una festa, ballava succinta ma solo accanto a lui, per fargli capire che era una troia sì, “ma solo per te amore!”.
Con gli amici di lui era carina ma non pulla, perché fosse chiaro a tutto il mondo – e soprattutto al principe – che anche se il resto del mondo esisteva – ed era pure simpatico – a lei, non interessava.
Con le amiche e le ex fidanzate del principe, era ancora più gentile: era il modo migliore per tenerle sottocontrollo.
Ma soprattutto, se il principe aveva un problema, la principessa rosa faceva la faccia dispiaciuta, si metteva quasi a piangere e dentro di sé ringraziava il cielo: aveva una buona occasione per aiutarlo e dimostrare quanto tenesse a lui.
Le cose andarono avanti così per un po’ di tempo. Finché una sera, la principessa rosa si autoinvitò a cena. Si mise a cucinare, bevve un bicchiere di vino – per dare tutta la colpa all’alcool – e si mostrò più succinta del solito.
Giunti a quello che credeva essere il momento fatidico, la principessa rosa chiuse gli occhi e aprì leggermente le labbra. Il principe la guardò intensamente e disse:- Non sono un debole e non sono neanche cretino: ho 30 anni, tutte le donne che voglio, guadagno bene e mi diverto. Perché dovrei mettermi con te? Perché mi fai compagnia e mi aiuti se ho bisogno? Non te l’ho chiesto io e so benissimo che non lo fai perché sei una santa, ma per farmi innamorare di te a furia di farmi pena e ringraziarti. Se hai davvero lo spirito della missionaria, vai ai cucinare per i senza tetto. Io, posso fare da solo, chiamare un amico, un’amica che non me lo rinfaccia o ordinare al take away. Il cane che mi fa compagnia mentre guardo la TV, come vedi già ce l’ho. L’unico vincolo che mi lega a lui è portarlo fuori a fare la pipì e per premio non mi fidanzo con lui..  al massimo gli regalo un osso.

Regine si nasce

10 mag

Elizabeth The Golden Age - locandina -

Da piccola, volevo il cavallo. Disperatamente.

Si dirà che il 90% dei bambini, indifferentemente dal sesso, hanno lo stesso sogno.

Vero, ma c’è di più.

Quand’ero piccola, tutte le bambine amavano il rosa e da grandi volevano fare le ballerine. Se non ve lo ricordate o se nei primi anni ’80 non c’eravate, andate a rivedere le intervistate di Sandra Milo a Piccoli Fans. Io però non ero tra queste: mi piaceva l’azzurro e preferivo mettere alla prova i miei muscoli arrampicandomi su dei pali piantati nel giardino di casa mia. Non ricordo quante volte mia madre, in preda al panico, mi ha trovato appesa a testa in giù. Per mia fortuna, non sa quante volte non mi ha trovato, cioè non mi ha scoperta.

Certo, mi piaceva Madonna, anche a 5 anni, ma perché non era come Lorella Cuccarini (la brava ragazza più amata dagli italiani ed eroina delle mie coetanee). Non capivo niente di quello che di diceva, ma capivo l’essenziale: era lei la più cool. Era lei la regina e la sua creatività era il suo regno.

Ma il sintomo, o il segnale più pericoloso, è un altro: a sei anni ho protestato. Vigorosamente. Scoperto casualmente che il vero cognome di mia madre non era Cortese ma un altro e che la chiamavano così solo perché era sposata, ho protestato, seduta sul sedile davanti della 500 con cui mi accompagnava a scuola, in prima elementare. Al ritorno, le comunicai la soluzione: mi sarei sposata, ma solo con uno che si chiamava Cortese, così non dovevo cambiare cognome.

Però anch’io come tutte, disegnavo: abiti con gonne larghe e fiocchi, simil sposa… ispirati a Lady Oscar, ovvero nella fattispecie a Maria Antonietta, che comunque era la sovrana.

A tutte queste cose ho ripensato negli ultimi giorni, stimolata dal proliferare di articoli su royal wedding, accompagnati dall’assioma “tutte sogniamo di sposare il principe azzurro”.

Ho visto il royal weddig. Naturalmente. Ma del romanzo non me ne fregava nulla. Mi eccitavano la pompa magna e le implicazioni di carattere istituzionale. Volete mettere? E non mi sono emozionata con il bacio sul balcone, ma col finale della cerimonia: sposi e ospiti che cantano Dio Salvi la Regina. Tutti, compreso il marito della Regina. Tutti meno che lei, la Regina, muta, nel suo regale silenzio. Che goduria infinita (soprattutto, nel video linkato, dal minuto 1,4 in poi).

Royal Wedding - balcone -

No, io la sindrome della principessa, tantomeno della principessa sul pisello e/o chiusa nella torre, addormenta, sveglia ma maltratta e comunque sempre da salvare, io no, non ce l’ho mai avuta (piuttosto mi arrampico su un palo e ti faccio vedere che non cado).

Io stimavo solo le padrone di se stesse e regine di qualcosa, volevo il cavallo e amavo l’azzurro perché una vera donna sovrana di se stessa al momento giusto, se c’è bisogno, sa fare tutto quello che farebbe un uomo – Elisabetta I contro l’Invincibile Armata spagnola insegna – per poi tornare al suo Regno da femmina: con un bel vestito, ampio, regale e il gisto accompagnamento di pompa magna.

E come Elisabetta I, non ho mai avuto voglia di sposare un principe se pensa di potersi intromettere, solo per questo, nel mio Regno. Piccolo, insignificante ma pur sempre indipendente ha da essere. Io, o per meglio dire la nostra maestà, lo difenderemo. Nel Regno della nostra creatività, del nostro punto di vista, dei nostri sogni e dei nostri princìpi (non prìncipi), non si accettano interferenze. E se qualcuno ci attacca oltre che sovrano saremo anche primo ministro. E non uno qualunque. Ma uno che in diretta radiofonica dichiara al mondo intero “We shall never surrender!” non per presunzione, ma per amore di  verità.

Accettasi al massimo un Filippo di Endimburgo, principe consorte, che garantisca che il Regno, cosi come il nome di famiglia, resti il nostro. Perché, regine si nasce. Non ci si diventa, men che meno per matrimonio. In quel caso al massimo, si resta principesse e per giunta solo consorti.

H. R. M. Antonella The Gentle, Queen of herself and of her wrinting.

De pudicitia*

5 lug

Credo di essere una donna pudica. Sebbene della pudicizia abbia un concetto del tutto particolare.

pudicizia

Ho usato il topless in qualche occasione. Ogni volta era in luogo sperduto, dove nessuno sapeva chi fossi. Non mi sentivo nuda, né desiderata o desiderabile. Ma indifferente, quasi invisibile.

Esponevo il mio corpo al sole perché evaporasse. Se sguardi impudenti si fossero posati su di me, non credo che me sarei accorta. Di fatto, non me ne sono accorta.

E’ accaduto che mi sorprendessi ballerina e disinibita, io. “Mi” sorprendessi, perché era solo affar mio:  eppure so che gli altri c’erano.

Credo di aver sviluppato una forma del tutto personale di autismo: la sindrome di Piskarev (così la chiamo, in onore di un sublime personaggio inventato da ‘Gogol ne la Prospettiva Nevskij).

Quello che non riesco a esporre sono le mie emozioni. Le considero il bene più prezioso che ho. Non posso sciuparlo, esporlo alla cattiveria e alla superficialità, che può essere ancora più feroce. Credo sia più rischioso mettere a nudo le proprie emozioni che la propria carne.

È rischioso. Per questo non riesco a condividerle se non con un ristretto numero di persone e mai con nessuno completamente. Distribuisco le confessioni, come l’acuto agente di finanza distribuisce il rischio. Gli investimenti vanno pur fatti – dice l’economista -, se si vuol diventare ricchi, bisogna avere il coraggio di rischiare.

Il mio singolare modo di concepire la pudicizia, ha come fondamento un principio di scienza economica, non esistenziale. Devo essere davvero stronza, oltre che pudìca.

* riesumato dal 2006

Tu chiamalo se vuoi, noi non vuoi.

16 giu

Ho capito che la relazione tra la mia amica che non si chiama Marika e Musikanten stava diventando seria, quando lei mi ha parlato di (facciamo finta che si chiami..) Ugo e non di Musikanten. Ma la serietà della relazione – pardonnez: del fidanzamento – durò solo 36 ore e a quel punto, Ugo, tornò a essere Musikanten. Esiste anche un caso di segno opposto: l’Indeciso, dopo un anno si è deciso e nelle nostre attuali conversazioni è solo Giovanni. Salvo ripensamenti, che nel caso dell’ex Indeciso non si possono certo escludere.

Benvenuti nel sancta sanctorum delle nostre conversazioni: lì, dove le orecchie interessate non sentono e forse fanno meglio a non sentire. Perché se da che mondo è mondo – o se nella stragrande maggioranza del mondo conosciuto – l’uomo spasimante o spasimato, è generalmente deificato, nel tempio del “vorrei innamorarmi ma non posso”, noi – blasfeme vestali di una nuova spiritualità metropolitana – lo oggettiviamo.

Siamo fatte così, le mie amiche ed io: individuato un possibile soggetto amoroso, gli appiccichiamo addosso un’etichetta, come si fa con gli abiti in lavanderia, per ordinare il caso e sapere esattamente dove si trova. In verità, non lo facciamo intenzionalmente, ma lo facciamo. Sempre. Anzi, ribattezzare amori e amorazzi – o aspiranti e aspirati tali ̵ è un’abitudine talmente radicata, che alle volte è necessario un piccolo sforzo di memoria per ricordare quali siano i veri nomi che si celano dietro i vari Principe della PashminaPesciolino, Marito, o Pascion (ironico e con la S, tanto per ridicolizzarlo un po’ di più).

Certo, a guardare la storia della mia vita, la cosa potrebbe avere anche un senso. Il mio palmarès, non sarà così ricco ma è certamente confuso: ho tre ex fidanzati e un paio di flirt che portano lo stesso nome. Capite bene, che genere di difficoltà la fortuita coincidenza, potrebbe ingenerare in chi mi ascolta, senza sostituire il solito nome con una sigla che renda più facile l’estrazione del file di riferimento. Purtroppo però, il mio caso non fa testo. A cospetto di noi ancelle, infatti, nessuno – e intendo proprio nessuno, solito nome o no che sia – sfugge alla regola: pochi istanti – e/o indizi – e il da poco conosciuto Maurizio, diventa per esempio Piup (declinazione anglofona dell’originario Pupo).

Il campionario di categorie epinominali a cui attingiamo, è vasto e variegato. Comprende: caratteristiche fisiche (Nano – degradato a Nano Malefico ad archiviazione del caso amoroso – ma anche Il Discobolo e non dico perché, ma lascio licenza di malizia); indicazioni geografiche di residenza (UrbinoAlemagnaAustrelia); passioni o attività di vario tipo (FisarmonicaFilosofo, persino I Cesaroni al plurale – sebbene fosse un singolo – come la serie Tv che lo appassionava tanto, ovvero più della mia amica); ecc…

Quando li passo in rassegna o quando sento dire a una di noi qualcosa del genere: “Scusa, l’hai chiamato Andrea, mica Paranoia.. che ne so chi è?” la cosa, lo confesso, mi turba: yes, I shok myself.

E la domanda sorge spontanea: quand’è che siamo diventate così str.. diciamo, strane? E soprattutto: perché? Con l’aiutodell’antropologia, ho sviluppato una teoria atta a spiegare – se non giustificare – cotanta bastardaggine: noi siamo una comunità e per assorbire il nuovo arrivato abbiamo bisogno di un rituale di passaggio che ne sancisca l’affiliazione. Niente di meglio, in tal senso, che un bel battesimo a sua insaputa. Ma l’argomentazione, sebbene intrigante, ha un punto debole: generalmente, se hai appena conosciuto qualcuno e ti piace, non ne vedi i difetti. O per lo meno, non inizi, immediatamente, la caccia al difetto o a quello che non va. Noi, invece, sembriamo morire dalla voglia di scoprire cosa ci sia di strano del nuovo venuto o di renderlo, comunque, un oggetto. Se non è un Nano o un Paranoia, allora deve essere per lo meno un Musikanten: tutto, tranne che un individuo in carne e ossa o un essere umano. Siamo ciniche. Siamo ciniche, sì, ma non è colpa nostra.

La verità, credo, è che per sopravvivere a tutti e dieci i vent’anni (21, 22, 23..) e a tutti i Paranoia che si comportano da Piup(o) Indeciso, il cinismo è stata l’unica via di salvezza. Io, per esempio, i miei soliti nomi, li chiamavo con il solito nome, aggiungendo al massimo il cognome o un riferimento qualunque, se il mio interlocutore non capiva a chi mi riferissi. Poi è arrivato Senza Nome. Cosiddetto, perchè mi faceva soffrire così tanto da non riuscire a pronunciarne il nome, senza farmi venire dolor di stomaco. Scrivevo Senza Nome, persino nei mie diari. Ed è stato confrontando le relative esperienze passate e dolorosissime, che abbiamo scoperto di avere, tutte, un inpronunciabile di riferimento (per una L’Eterno, per l’altra L’Antico, ecc..) e c’abbiamo preso gusto. E allora, altro che battesimo o rituale di passaggio! Direi piuttosto, che l’oggettivazione del soggetto funziona un po’ come il vaccino antinfluenzale: intanto te lo fai, così… per sicurezza.

Pubblicato su le vie del Centro Magazine, Messina, giugno-luglio 2010

Sulla Gatta Morta

10 apr

Ho ricevuto un’e.mail da un amico. Il contenuto era la seguente storiella:

Aneddoto di una persona…fedele???

Io ero molto felice: la mia fidanzata ed io eravamo insieme da più di un anno, perciò decidemmo di sposarci. I miei genitori ci aiutarono in tutti i modi possibili, i miei amici mi assecondavano, la mia fidanzata era un incanto. C’era solo una cosa che mi dava molto fastidio: la migliore amica della mia fidanzata. Era intelligente e sexy, delle volte mi faceva il filo, turbandomi…

Un giorno, l’ amica della mia fidanzata mi telefonò e mi chiese di andare a casa sua per aiutarla con la lista degli invitati al matrimonio: quindi io andai. Era da sola e quando arrivai, mi sussurrò che (nonostante dovessi sposare la sua migliore amica) nutriva sentimenti e desideri verso di me e che non poteva più nasconderli. Prima di sposarmi e compromettere la mia vita e quella della sua migliore amica, voleva fare l’amore con me per una volta sola.

Cosa potevo dirle, ero talmente sorpreso, che non dissi una parola. Lei disse: ‘Andrò in camera e
(se lo desideri) entra e sarò tua.’ Ammirai il suo meraviglioso fondo schiena, come si muoveva al salire le scale! Mi alzai dalla poltrona e rimasi lì in piedi per un po’. Poi mi girai, andai alla porta d’ingresso, aprii e uscì.

Mi avviai verso la mia auto. La mia fidanzata era fuori con lacrime agli occhi, e mi disse: ‘Sono felice e orgogliosa di te: hai superato la mia piccola prova, non potevo scegliere un uomo migliore come sposo!’

MORALE:
Lascia sempre i preservativi in macchina!!!

Il mio amico (quindi un uomo) sostiene che sia un racconto divertente. Sono d’accordo. Ma perché do un’interpretazione completamente diversa alla favola e alla sua morale, anch’esse evidentemente, opera di un uomo.

Inizio col dire che trovo esilarante lo sprovveduto pover uomo protagonista della vicenda.

Gongola, all’inizio della storiella, convinto di aver trovato la fidanzata perfetta. La definisce “un incanto”, versione sintetica politically correct di “rassicurante, accomodante e servile”.

Ma è anche po’ turbato, per sua stessa ammissione, dalla presenza della migliore amica di lei, sexy e intelligente. Lo infastidisce, perché? Se il vero problema fosse che la ragazza in questione è sexy, non gli sarebbe minimamente passato per la testa di sottolineare anche il fatto che sia intelligente.

Piuttosto, il poveretto, per quanto stupido possa essere, raggiunti presumibilmente i 30 anni di vita, non può non sapere che una donna intelligente sceglie amiche intelligenti. Per cui, la sua vera paura (inconscia e inconfessabile) è che anche la sua fidanzata lo sia e che nasconda la sua vera identità.

La scena madre, il tentativo di seduzione, è fantastica.

Le parole che la diabolica sculettatrice sceglie per irretire il narciso sono il manifesto dei sogni proibiti di ogni buon narciso idiota che si rispetti “fare l’amore con te per una volta sola…”, ”sarò tua…!”.

Comunque fanno gioco e l’ego dello sprovveduto si espande smisuratamente.

Ma ancora più divertente è la scena madre numero due, quella in cui la fidanzata gatta morta (e le signore tutte lo sanno già)  finge di commuoversi!

Un capolavoro di disonestà tale che il poverino, dimentico della bastardata cui è appena stato sottoposto, se ne va via tutto contento pensando di essere lui il furbacchione che l’ha fatta franca.

La morale della favola, dunque, dovrebbe essere un’altra: lì dove giace il belloccio che si crede furbo, sciupafemmine e impunito, giace la gattamorta tessitrice d’inganni, dalle mefistofeliche idee, che nasconde gli artigli per farsi infilare meglio l’anello. Con buona pace di tutti.

Perversione – racconto di una seconda volta -

17 gen

Per la puntata precedente, leggere qui. Per la nuova, quello che segue iniziando dai fondamentali:

Perversione: s. f. Comportamento anormalo e socialmente condannato, spec. nella sfera sessuale | Degenerazione, depravazione.                                 Lo Zingarelli Minore, Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli a cura di Mario Cannella © 2001 Zanichelli editore.

mano nella mano

Questa la definizione del termine, vocabolario alla mano. Ma se si accetta il principio per cui nell’epoca del relativismo sociale, esistono gruppi e comunità – dunque micro-società – con comportamenti e stili di vita diversi, credo di poter dire – con assoluta certezza – che ho fatto una cosa perversa il primo dell’anno. Veramente perversa, almeno per me: sono andata in giro per Taormina, mano nella mano con un uomo. E lo baciavo pure. Sono anche caduta un paio di volte. O quasi. Diciamo che ho incespicato. Lì per lì, ho dato la colpa agli stivali troppo scivolosi che indossavo. Poi, a mente fredda, ho capito: ero sconvolta. Chi le ha mai fatte queste cose? Non ci sono abituata ed era normale che perdessi l’equilibrio.

E dire che il mio primo dell’anno era iniziato come tutti gli altri primo dell’anno, sebbene la tecnologia e i social network, avessero aggiunto un particolare sfizioso. Sveglia in tempo per seguire la differita del concerto di Vienna, sono apparsa su Facebook per commentare – passo dopo passo – lo spettacolo, con amiche altrettanto malate di walzer, polke e Radetzky March. Noi Sicoolæ, siamo fatte così: non abbiamo mega pranzi con i di Lui o di noi parenti a cui ottemperare (pena il risentimento degli esclusi dall’ultima abbuffata) e dalla bassa comodità delle nostre tappine, ringraziamo per questo. Amiamo le cose belle e impossibili della vita, fatte di passione e armonia e quando possiamo ce le godiamo – attaccate Tv – facendo finta di essere lì. È il nostro modo di essere romantiche.
Sì perché, nonostante tutto, siamo – e anche io lo sono – romantiche. Direi anzi, che sono una romanticona. Per questo, non ero mai stata a Taormina il primo dell’anno, in compagnia di un mano nella mano, come ogni buon messinese/catanese medio ha fatto e – presumibilmente – farà anche il prossimo anno. La passeggiata nel corso nel post S. Silvestro, è quanto di più ovvio, scontato e formale possa fare chi vive da queste parti. Romanticismo posticcio e standardizzato come le acconciature, i cappotti e gli anelli che le mano nella mano sfilano (nel senso che espongono: figurarsi se sfilano l’anello – o anche solo il cappotto – in senso non figurato) lungo il corso. Ma improvvisamente ero lì, se non proprio in mezzo a loro in prossimità. Neanche a questo sul momento, ho fatto caso. Ero troppo intenta a baciare il di lui collo e piuttosto tramortita dalla filodiffusione: concerto viennese in formato CD spalmato nell’etere, anche là. Oh mio Dio che cosa figa! Romantica e figa!
È pur vero che non l’abbiamo fatto apposta. Nel senso che il mio mano nella mano non vive in – e non proviene da – queste longitudini e nei pochi giorni che aveva a disposizione, non poteva non visitare Taormina. Perché noi l’abbiamo visitata. Non abbiamo guardato le vetrine e basta, come fanno tutti gli altri mano nella mano medi, con acconciature, cappotti e anelli che si rispettino. No, noi siamo perversi: facciamo le foto al panorama, parliamo di architettura, storia e ci stupiamo.
A dir la verità, ho fatto anche la teen-ager e non da sola. Quando la mia migliore amica e io abbiamo notato una pista di pattinaggio su ghiaccio – dietro porta Catania – siamo riuscite a recitare la parte di quelle che potevano rinunciare a un’oretta di sublime scivolamento, per non più di cinque secondi. Perché non siamo solo teen ager (inside), ma amiamo anche le cose belle della vita – che hanno passione e armonia – e quando non sono impossibili, non riusciamo a rinunciarci. Il fidanzato della mia migliore amica è abbastanza abituato a questo genere di entusiasmi, da aspettarselo: credo anzi che ci apprezzi anche per questo. Il mio mano nella mano, da parte sua, deve aver apprezzato tanta teen-ageritudine: ha persino scattato le foto. Che cosa romantica, figa e.. perversa. Perversa, per ogni coppia di messinesi/catanesi medi che si rispettino e che “ma chi faaaai? Hai trentanni e ancora giochi?”
No. Ho quasi trent’anni e sono solo romantica, veramente.
[pubblicato su palermo.bloggalo.it, gennaio 2010]

Troppo

15 giu

too much

Ci sono quelli che si fanno lasciare perché non hanno il coraggio di dirti che non ti amano più. Ok, ci può anche stare: sempre meglio di quelli che ti lasciano perché ti vogliono troppo bene. Alzi la mano chi non ne ha mai incontrato uno e   ̶  per inciso  ̶   non vi illudete: lo strano fenomeno  ̶  come le malattie esantematiche  ̶  colpisce solo prevalentemente in età adolescenziale. Recentemente infatti, sono stata testimone di un interessante caso di virus “T.V.TRP.B.” manifestatosi in un trentenne e non per via aerea, ma  ovviamente tramite sms.

Tornando a noi, anzi a loro, ci sono persino quelli che non ti scopano perché ti rispettano, quelli che ti amano ma non ti meritano e infine i più cattivi di tutti: quelli che non ti vogliono perché sei comunque troppo, qualunque cosa voglia dire (sta a te presumerlo o stabilirlo): troppo intelligente, troppo emancipata, con un futuro troppo brillante o cosa ben peggiore  ̶  perché qualcuna ancora ci casca e non se ne libera facilmente  ̶  troppo importante per rischiare di rovinare tutto e in ogni caso sempre troppo innamorata (anche se non l’hai mai detto), date le circostanze.

La cosa realmente comica, o tragica, dipende da come decidiamo di reagire, è che questi signori vorrebbero non solo che prendessimo per vero quel che dicono, ma che gli fossimo persino grate. Come richiesta o aspettativa, mi è sempre sembrata un po’ fuori luogo, esagerata, come dire? Un po’… troppo.

Vorrei essere lasciata da qualcuno che abbia il coraggio dirmi che non mi ama più. Vorrei essere rifiutata da un uomo che mi assicura di aver trovato una donna più bella, più porca, più ricca o più intelligente di me. Magari anche tutte queste cose insieme e  in ogni caso meno innamorata di me, visto che se mi innamoro io è un problema. Avrebbe la sua logica, me ne farei una ragione e riuscirei addirittura a esserne felice, a rallegrarmene, come si dice. In altri casi, preferirei essere la consapevole preda di uno scapolone incallito che il day after abbia il coraggio di non farsi venire i sensi colpa e non sentirsi costretto a trattarmi bene prima di tornarsene a quel paese. Sarebbe facile, inequivoco e soprattutto liberatorio. E in circostanze del genere, più di ogni altra cosa lo assicuro, preferirei  non ricevere spiegazioni: nella peggiore delle ipotesi penserei che il mio fondoschiena ha un suo perché, lo troverei gratificante e non mi sentirei trattata come un’idiota. Perché quello che desidero, soprattutto, è che quando qualcuno sente la necessità di parlare, se proprio non ne può fare a meno, usasse le parole per dire la verità, qualunque essa sia senza rancora.

Ma infondo lo so da tempo: io, pretendo troppo.

[pubblicato su palermo.bloggalo.it]

Terence o Andrè? Questo è il problema.

5 mag

Terence - Candy Candy -

Ho sempre pensato che quella di Candy Candy fosse una grande storia. Di più: un vero e proprio romanzo di educazione sentimentale per bambine e come tale una grande metafora.

Dai i cinque anni in su, abbiamo sognato − più o meno tutte − il principe azzurro biondo e gentile (Anthony) che ci porta in giardino per regalarci una rosa.
Poi, arriva la pubertà e il principe azzurro − biondo e gentile − muore. Non fisicamente (come il povero Anthony, caduto da cavallo) ma nelle aspettative e nei desideri nascosti della non più bambina che nel sei diventata. Ed è allora che fa la sua comparsa il classico figlio di buona donna, tenebroso e complicato, che  fa battutacce per attirare l’attenzione (da buon insicuro, ma questo lo capisci solo dopo) e se vai in un prato con lui, altro che ricevere un fiore: vorresti che cogliesse la tua di rosa, rossa come la passione.

Il Terence di turno, tormenta la tua vita per un discreto numero di anni. Fai di tutto per salvarlo e ti trasformi in infermiera (è l’effetto della cosiddetta sindrome di Candy Candy, per l’appunto). Se ricompare, dopo essere sparito, ti precipiti da lui e dalle scale (scena memorabile) e se ti lascia per una sciacquetta che minaccia il suicidio (Susanna), lo aspetti finché non ne puoi più e ti accoccoli accanto a un più maturo e affidabile Albert (così finisce la versione originale del romanzo e del manga giapponese).

Insomma, insieme a Candy Candy si rivivono tutti gli stadi dell’amore femminino: da quello idealizzato e romantico dell’infanzia, a quello più reale e concreto della maturità, passando per la fase ormonale e masochista dell’adolescenza.
Per questo l’amiamo tutte: perché tutte abbiamo sognato − almeno una volta nella vita − un Anthony prima di farci spezzare il cuore da un Terence e finire con un Albert. Tutte o quasi.

Andrè - Lady Oscar -

Perché so già che tra lettrici di questo pezzo, ci saranno alcune signorine che stanno pensando: “Sì, è vero: Terence era un gran figo, ma io ero innamorata di Andrè, quello di Lady Oscar”.

Qualcuna poi, stimolata dalla discussione, si starà chiedendo − per l’ennesima volta − chi fosse più figo tra i fratelli di Georgie. Ma quella è un’altra storia o − se volete − una vexata questio, trasversale alle due fazioni principali che dividono le donne: quelle che da piccole erano innamorate di Terence e quelle che invece amavano Andrè.

Su quest’ultimo però, non mi dilungo. Per quanto mi sforzi, infatti, non riesco ad appassionarmi all’archetipo dell’uomo zerbino che t’assicuta ovunque vai, nella speranza di poter essere lui a salvare te. E poi, non mi sento neanche Lady Oscar: troppo dominatrice, troppo androgina e sempre troppo tutto.

A dire il vero, non mi sento neanche Candy Candy: infermiera sì, ma solo fino a un certo punto. Diciamopsicologa piuttosto e se vedo risultati.  Altrimenti, da buona donna Sìcoola, scappo (avanti) – sono sempre scappata, avanti – perché ho altro da fare: Attak!  Già.. io, ho sempre altro da fare, proprio come Mila Azuki, titolare di quel memorabile urlo di battaglia e − non a caso − mio vero grande mito dell’infanzia. Non aveva capelli biondi e lunghi, ma corti e rossi – da buona out-sider – era ambidestra, ironica e inelegante come poche - sempre da buona out-sider  -, si circondava di amiche e animali strani e soprattutto aveva un altro amore, grande almeno quanto Shiro: la pallavolo, che la rendeva la tipa speciale che era. Lui lo sapeva, l’amava per questo, graziosamente faceva il tifo e nel frattempo si dedicava ai ca’… mpionati suoi.

pubblicato su “palermo.bloggalo.it”,  5 maggio 2009

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