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No sex in Paleimmo city

24 ott

La Sicilia è un’isola e – disgraziatamente – è l’unica cosa che ha in comune con Manhattan.

Nella prima puntata di Sex and the City, una Carrie Bradshow agli inizi della carriera, si chiedeva come mai esistessero a New York, così tante donne economicamente indipendenti, belle ed emancipate, non sposate.

Io in Siculonia, di giovani donne sessualmente emancipate ne ho incontrate parecchie, molte delle quali ai limiti della pullaggine. Ma di signorine economicamente indipendenti, un po’ meno. Direi anzi, che sono un fenomeno raro quasi quanto gli UFO.

Per leggere il resto cliccate qui.

Rosalio gentilmente mi ospita.

Come Belen e senza tacco 12

11 ott

C’è solo una cosa che in fatto di mode riesce a star dietro alla Moda: lo sport. O per meglio dire, le tecniche di dimagrimento e cura del corpo.

Ogni anno ha il suo must. E se yoga e pilates non sono più trendy - anche perché palestre, corsi e istruttori costano – ecco arrivare la nuova disciplina del momento…

Per leggere e scoprire che centra Belen, cliccate qui.

I neologismi della settimana secondo Treccani (in meno di 700 battute)

11 ott

Non volevo perdere il primo evento mondiale di cattomovida. Per questo avevo prenotato un volo first minute per Roma: per essere sicura di trovare posto. Sono una creatura mondana, ma soprattutto una cronista, una della mia generazione: racconto al mondo – attraverso il web – come il mondo cambia. Per fortuna è arrivata la norma salva blog – penso, nel frattempo, mentre sono in attesa dell’imbarco – altrimenti non saprei come continuare questa missione… e proprio adesso che stanno per inventare il Li Fi! Quand’ecco improvviso l’annuncio: volo cancellato. I piloti hanno proclamato uno sciopero senza preavviso. Vogliono mettere il sindacato spalle al muro perché firmi solo patti anti-flessibilità. Alla faccia della cattomovida, dei first minute, della norma salva blog e del LI FI.

[I neologismi di questa settimana secondo Traccani, li trovate cliccanto qui]

Aggiornamento: articolo da La Repubblica del 12 ottobre su l’italiano che cambia qui

La battaglia delle Fashion Blogger

7 ott

No ai senza talento - logo - fonte: leiweb

No ai senza talento, è il nome di una campagna lanciata dal settimanale A il cui senso può essere riassunto dalle parole del direttore Maria Latella: ”Non ci stiamo al fatto che nello spettacolo come in altri settori, politica inclusa, il tuo talento non conta. Quello che conta è essere carina” .

Iniziativa encomiabile e persino coraggiosa di questi tempi. Così – oltre che a noi – devono averla pensata i lettori del giornale. A tal punto convinti della bontà del progetto da scagliare pesanti strali proprio ad indirizzo di A, colpevole di ospitare - tra le altre – una rubrica a cura di Chiara Ferragni, 24enne bionda fashion-victim e blogger (il suo sito – Theblondsalade.com – è un fenomeno del web).

Il giornale, non si tira indietro e nel numero in edicola questa settimana pubblica un resoconto dei commenti dei lettori (la Ferragni sarebbe solo una bella ragazza, dall’italiano improbabile ma piena di soldi, il cui unico talento è farsi fotografare con indosso vestiti costosissimi), accompagnato da un breve articolo in cui si illustrano le motivazioni che hanno indotto la rivista ad affidarle uno spazio (potete leggere tutto qui).

The Blonde Salade - testata -

A essere sinceri, la difesa d’ufficio presenta qualche elemento di debolezza: la laurea alla Bocconi, l’ha anche Sara Tommasi (soubrette di cui ci sfuggono i talenti, ma non il contenuto delle intercettazioni). Di per sé non vuol dir nulla, soprattutto se a essere messa in discussione non è la conoscenza dei codici (la Ferragni studia legge) ma la capacità di scrivere in italiano e di scrivere di moda (o di un argomento x in particolare).

Tuttavia, il giornale ha ragione: creare un’impresa dal nulla o far impresa di se stessi è un talento – paragonabile a quello di Paris Hilton o di Lauren Conrad – e non crediamo che le aziende che la scelgono come testimonial siano masochiste.

Ma soprattutto, dare spazio su un giornale a Chiara Ferragni non significa che tutte le ragazze (o i ragazzi) che amano la moda, sanno scrivere e gestiscono Blog siano vittime di questa scelta editoriale. Il web è portatore di democrazia e la democrazia non è solo la libertà di dire e scrivere ciò che si pensa (anche sulla Ferragni), ma soprattutto la possibilità di realizzare se stessi mettendo a frutto il proprio talento.

Volete una prova? Durante l’ultima settimana della moda milanese il Corriere della Sera (il più importante quotidiano d’Italia, edito – come A – da RCS),  ha affidato la cronaca on line degli eventi a un gruppo di giovani blogger. Muniti di Smartphone e portatile hanno postato foto e articoli pressoché in diretta all’indirizzo milanomodalive.corriere.it.

Tra di loro, rigorosamente in ordine alfabetico, Demetra Dossi da Pigchic.con, Simona Melani da Thewordrobe.it ed Elena Schiavon da Fashionhall.org.

Pigchic il libro - copertina -

Come sono arrivate sul Corriere? Da sole. Demetra Dossi – classe 1989 – dopo il liceo si è iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano. Nell’aprile del 2009 ha creato Pigchic, dove parla di moda, bellezza e lifestyle.  A meno di un anno dalla creazione del blog è stata contattata dalla Rizzoli che le ha proposto di scrivere un libro. Il suo primo romanzo - Pigchic. La moda, l’amore, la sfiga -  è uscito nelle librerie il 4 maggio 2011.

Simona Melani, invece, di anni ne ha 26. Siciliana – e blogger dal 2004 – è laureata in comunicazione internazionale e si sta specializzando in pubblicità. Non rassegnandosi all’idea che le sue fossero lauree “inutili” ha scritto una lettera aperta al Ministro

Simona Melani

Gelmini, che digitata a Palermo ha fatto il giro d’Italia via web. Si occupa di project management, comunicazione, web content e moda. Su The Wardrobe – il blog che ha fondato – parla di nuove tendenze non solo in fatto d’abbigliamento e accessori, ma anche di musica e tecnologie. Ha scritto per Glamour e Vogue.it. Collabora con Tr3nta, Ninja Marketing (dove parla di social media) e con Cooltip per cui dispensa consigli.

Infine, Elena Schiavon. Partita con Fashionhall, si è conquistata spazi e credibilità e ha scritto – oltre che per il Corriere – per Cosmopolitan.it. Ha curato il blog di Elena Mirò durante l’ultima edizione di Miss Italia e collabora – tra gli altri – con Tezenis, Pal Zileri e Fashionblabla. Di lei hanno parlato L’Espresso, Marie Claire e Donna Moderna, tanto per citarne alcuni.

Fashionhall - testata -

Insomma, se davvero la Ferragni non vi piace, nessuno vi vieta di gettare lo sguardo altrove. Non preoccupatevi delle altre fashion blogger: si difendono da sole. Se poi pensate di avere qualità buttatevi nella mischia e al di là dei commenti, scrivete e realizzate qualcosa di vostro. Magari se ne accorge anche la – peraltro onesta – redazione di A. Alla quale va comunque il merito di aver sollevato il polverone giusto, con una campagna che sottoscriviamo senza alcun dubbio.


Me vs Fracomina

29 set

Ne avete sentito parlare – credo - e se non l’avete fatto molto probabilmente avrete visto in giro per l’Italia gli ultimi tabelloni pubblicitari firmati Fracomina.

Tuttavia, per dovere di chiarezza, ricordo brevemente la vicenda: il marchio d’abbigliamento ha lanciato a inizio settembre una campagna pubblicitaria in cui accanto al nome (presunto) della modella ritratta se ne indicano talvolta la professione e come dire.. scelte, stili di vita.

A destare scandalo alcuni manifesti in particolare: Mi chiamo Maria, non sono vergine e ho forte spiritualità; mi chiamo Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile.

Quando ho letto la notizia per la prima volta qui, non ho resisto.

Il virgolettato «Come marchio femminile abbiamo voluto dire la nostra sulla figura della donna strumentalizzata al servizio delle ideologie… Auspichiamo una società dove le donne, che hanno il coraggio di essere se stesse, non debbano essere definite femministe, ma donne» mi ha fatto sobbalzare.

Per cui, da donna non strumentalizzata che ha il coraggio di essere se stessa, sono andata sulla pagina ufficiale di Fracomina su Facebook e ho scritto cosa ne pensavo.

Il risultato è questo:

Dialogo con Fracomina su Facebook

Mi pento di una sola cosa: di aver avuto troppa fretta e di aver commentato con il mio profilo privato, quello che uso solitamente per comunicare con pochissime persone e che tenevo aperto proprio in quel momento. Avrei preferito – con il senno di poi – che ci fossero il mio nome e cognome in questa conversazione. Ma tant’è.

Al copia e incolla del virgolettato già citato, ho aggiunto in commento “auspico un mondo in cui sia la classe e la qualità degli abiti a decidere quali siano i marchi che hanno successo” e che non mi sembra meno strumentale sbattere una modella su un muro facendole interpretare una escort per farsi pubblicità. Fracomina (presumo l’ufficio stampa) ha avuto la cortesia di risponde. Lo fa insistendo sul punto e rilanciando: “… il nostro intento non è quello di indurre le persone a comprare il nostro marchio, ma lanciare una riflessione sulla donna. Dunque nessun intento offensivo ma un invito al rispetto per l’universo femminile che troppo spesso subisce soprusi”.

Sobbalzo numero ennesimo, ennesimo commento. A me hanno insegnato che le pubblicità progresso, quando non le fanno soggetti istituzionali, sono promosse con garbo da soggetti che si limitano a finanziarle con maggiore o minore visibilità. Esiste poi una seconda via, più o meno pubblica, ma comunque utile: dare soldi a ottime fondazioni e/o associazioni che si occupano teoricamente e praticamente delle questioni oggetto del nostro interesse. Pervasi da spirito se non femminista (perché non lo posso dire, pena il ludibrio) “di amore per l’universo femminile”, quante case famiglia per giovani madri si potevano finanziare (tanto per fare un esempio) con il denaro investito in quella campagna?

E dire che odio fare la populista, ma la domanda nasce spontanea.

Quanto all’intento offensivo, ho cercato di spiegare che non mi sono sentita offesa perché non sono una bacchettona moralista (e semmai, mi aspetto di non essere tacciata come tale da chi predica la libertà di pensiero come troppo spesso – anche se non nel caso specifico – accade). E soprattutto da donna che crede nella libera scelta, compresa quella di prostituirsi (quando lo è), ho cercato di dire che tra scegliere liberamente ed essere davvero libere ed emancipate (ovvero valutate in base ai propri meriti, rispettate e valorizzate per il proprio spessore umano, intellettuale e chi più ne ha più ne metta) esiste una gran bella differenza. Che quando un uomo ci paga 50, 500 o 5000 euro per una prestazione sessuale il padrone è lui. Finché ci dà i soldi e finché gli piace.

E da donna che crede nella libera scelta, nel libero pensiero, nelle donne e nelle loro capacità, sono molto rattristata dal constatare come moltissime, ormai, credano il contrario. E temo lo pratichino molto più frequentemente di quanto non avvenisse un tempo. Lo temo per loro e per le altre. Per tutte quelle che non è vero – per esempio – che non gli togli niente se vai a letto con qualcuno che conta per avere un lavoro: gli togli un lavoro, che meritavano più di te.

Mi dispiace che ci siano molte donne convinte del contrario. Mi dispiace che siano convinte del contrario (o si sentano legittimate) anche dal marketing, che utilizza persino l’indignazione per fare pubblicità.

Mi dispiace, più di tutto, aver avuto troppa fretta e aver utilizzato il mio account privato di Facebook, non quello pubblico. Mi sarebbe piaciuto vedere “Antonella Cortese” e aggiungere “sono solo una donna e non confondo la libertà con la strumentalizzazione”.

Libertà non è mercificazione

16 set

.. Breve carrellata di  manifesti e campagne pubblicitarie di incerto gusto, che hanno giocato sulle metafore sessuali per carpire l’attenzione dei consumatori.

Un fenomeno trasversale o –  se preferite –  un espediente, utilizzato sia da grandi marchi che da realtà produttive e commerciali regionali o locali. Va da sé, che nella maggior parte dei casi sono il corpo della donna e la sua sessualità a essere usati come veicolo del messaggio pubblicitario…

Per leggere tutto cliccate qui. Ma soprattutto ribellatevi, donne.

Regine si nasce

10 mag

Elizabeth The Golden Age - locandina -

Da piccola, volevo il cavallo. Disperatamente.

Si dirà che il 90% dei bambini, indifferentemente dal sesso, hanno lo stesso sogno.

Vero, ma c’è di più.

Quand’ero piccola, tutte le bambine amavano il rosa e da grandi volevano fare le ballerine. Se non ve lo ricordate o se nei primi anni ’80 non c’eravate, andate a rivedere le intervistate di Sandra Milo a Piccoli Fans. Io però non ero tra queste: mi piaceva l’azzurro e preferivo mettere alla prova i miei muscoli arrampicandomi su dei pali piantati nel giardino di casa mia. Non ricordo quante volte mia madre, in preda al panico, mi ha trovato appesa a testa in giù. Per mia fortuna, non sa quante volte non mi ha trovato, cioè non mi ha scoperta.

Certo, mi piaceva Madonna, anche a 5 anni, ma perché non era come Lorella Cuccarini (la brava ragazza più amata dagli italiani ed eroina delle mie coetanee). Non capivo niente di quello che di diceva, ma capivo l’essenziale: era lei la più cool. Era lei la regina e la sua creatività era il suo regno.

Ma il sintomo, o il segnale più pericoloso, è un altro: a sei anni ho protestato. Vigorosamente. Scoperto casualmente che il vero cognome di mia madre non era Cortese ma un altro e che la chiamavano così solo perché era sposata, ho protestato, seduta sul sedile davanti della 500 con cui mi accompagnava a scuola, in prima elementare. Al ritorno, le comunicai la soluzione: mi sarei sposata, ma solo con uno che si chiamava Cortese, così non dovevo cambiare cognome.

Però anch’io come tutte, disegnavo: abiti con gonne larghe e fiocchi, simil sposa… ispirati a Lady Oscar, ovvero nella fattispecie a Maria Antonietta, che comunque era la sovrana.

A tutte queste cose ho ripensato negli ultimi giorni, stimolata dal proliferare di articoli su royal wedding, accompagnati dall’assioma “tutte sogniamo di sposare il principe azzurro”.

Ho visto il royal weddig. Naturalmente. Ma del romanzo non me ne fregava nulla. Mi eccitavano la pompa magna e le implicazioni di carattere istituzionale. Volete mettere? E non mi sono emozionata con il bacio sul balcone, ma col finale della cerimonia: sposi e ospiti che cantano Dio Salvi la Regina. Tutti, compreso il marito della Regina. Tutti meno che lei, la Regina, muta, nel suo regale silenzio. Che goduria infinita (soprattutto, nel video linkato, dal minuto 1,4 in poi).

Royal Wedding - balcone -

No, io la sindrome della principessa, tantomeno della principessa sul pisello e/o chiusa nella torre, addormenta, sveglia ma maltratta e comunque sempre da salvare, io no, non ce l’ho mai avuta (piuttosto mi arrampico su un palo e ti faccio vedere che non cado).

Io stimavo solo le padrone di se stesse e regine di qualcosa, volevo il cavallo e amavo l’azzurro perché una vera donna sovrana di se stessa al momento giusto, se c’è bisogno, sa fare tutto quello che farebbe un uomo – Elisabetta I contro l’Invincibile Armata spagnola insegna – per poi tornare al suo Regno da femmina: con un bel vestito, ampio, regale e il gisto accompagnamento di pompa magna.

E come Elisabetta I, non ho mai avuto voglia di sposare un principe se pensa di potersi intromettere, solo per questo, nel mio Regno. Piccolo, insignificante ma pur sempre indipendente ha da essere. Io, o per meglio dire la nostra maestà, lo difenderemo. Nel Regno della nostra creatività, del nostro punto di vista, dei nostri sogni e dei nostri princìpi (non prìncipi), non si accettano interferenze. E se qualcuno ci attacca oltre che sovrano saremo anche primo ministro. E non uno qualunque. Ma uno che in diretta radiofonica dichiara al mondo intero “We shall never surrender!” non per presunzione, ma per amore di  verità.

Accettasi al massimo un Filippo di Endimburgo, principe consorte, che garantisca che il Regno, cosi come il nome di famiglia, resti il nostro. Perché, regine si nasce. Non ci si diventa, men che meno per matrimonio. In quel caso al massimo, si resta principesse e per giunta solo consorti.

H. R. M. Antonella The Gentle, Queen of herself and of her wrinting.

Post cronache

2 mag

Victoria Beckham - royal wedding

La folla a piazza San Pietro urla “Kiss, Kiss!” che non è una stazione radiofonica ma l’invito a fare Obama Santo Subito. Intanto, davanti la Casa Bianca, migliaia di giovani intonano inni religiosi, alzando il pugno chiuso, per omaggiare una sfilata di carrozze su cui viaggiano leader sindacali scortate da cardinali a cavallo.

I leghisti invece, da Backingam Palace, minacciano una mozione contro Carla Brunim Sarkosy che, senza cappello, fomenta uno tzumani umano pronto a boicottare la moda padana. “Fanno sempre una brutta fine queste qui”, ricorda qualcuno che ancora ricorda la triste storia della regina del popolo Victoria Beckam: forse incinta del quarto figlio del figlio di Gheddafi (giocatore della Juventuns), morì nel crollo del palazzo dell’Almà a Parigi. Vittima – secondo alcuni – di un’operazione dei servizi segreti pakistani, nome in codice “Bella Ciao”.

[pagina personale di Facebook, 2 maggio 2011]

Almeno la Santanché

13 feb


«Coloro che scendono in piazza sono solo poche radical chic, che manifestano per fini politici e per strumentalizzare le donne. Non vengano a raccontarci di voler difendere la loro dignità, quando sono le prime a bollare automaticamente come prostituta qualsiasi donna metta piede in casa del premier. Si tratta delle solite eroine snob della sinistra» Maria Stella Gelmini

Ho sentito il Ministro della Pubblica Distruzione usare la parola “strumentalizzazione” continuamente. Chiunque non le dia ragione, o per meglio dire, chiunque non dia ragione al governo di cui Ella è membro è o sarebbe strumentalizzato. Da parte mia, ho detestato questa parola a 16 anni, quando stavo iniziando a voler capire cos’era e come girava il mondo, buttandomi nella mischia (e non è forse così, signora Ministro, che si diventa cittadini e si impara la democrazia, praticandola personalmente e senza delegare?), figurarsi quanto mi irriti a 30.

Quando le mie idee, a partire dalle mie esperienze (giuste, sbagliate e rielaborate che siano) me le sono fatte. Figurarsi quanto mi irriti sentirla provenire dalla labbra strette di una donna ostile alle donne che non la pensano come lei. Una donna alla quale, per altro,  non ho mai sentito esprimere un’ombra di concetto che mi sembrasse suo e non preso a prestito dal manuale del bravo militante del PDL.

Abbiamo capito che sa usare il copia e incolla, ma la Prestigiacomo – per esempio – ha almeno il buon senso, in giornate come quella di oggi, di tacere. Stesso dicasi della Carfagna e viene da piangere a pensare che entrambe, in alcuni momenti, se paragonate a certi colleghi (non a caso tutti maschi) di governo siano sembrate per dignità e capacità di dire no (quasi) delle statiste. Non dico nulla della mia coetanea Giorgia Meloni, perché rispetto il suo silenzio. Quello di una che a differenza di altre, almeno un percorso politico l’ha fatto.  E mi viene da dire che nell’allegra compagine che si riunisce a palazzo Chigi, c’è almeno una donna giovane che ha fatto gavetta, quella giusta.

E così, quando ripenso alle parole della Gelmini, penso che la strumentalizzazione presuppone almeno un’ingenuità e una buona fede, che a certuni manca. Sono quelli che per consapevolezza della propria altrimenti invisibilità, fanno uso copioso ed esclusivo di copia e incolla militante e/o istituzionale. E penso (addirittura) che la Santanché riempirà pure il mondo di quelle che giudico essere stronzate, ma almeno ne detiene il copy right.

[pagina personale di Facebook, 13 febbraio 2011]

N.B. a proposito di copia e incolla istituzionale, il ministro Gelmini, pochi giorni dopo questa memorabile dichiarazione, spiega involontariamente chi è che la strumentalizza..  ovvero le da ordini che come un semplice strumento esegue.

Noemi. E le altre?

22 set

Noemi Letizia a Venezia

Noemi Letizia è sbarcata a Venezia. I titoli di Corriere della Sera e Repubblica erano abbastanza simili. So che c’è andata anche la d’Addario e che s’è fatta vedere pure la Canalis, ma almeno lei aveva una buona scusa (la migliore di tutte e che la divinità dell‘invidia cosmica la abbia in gloria).

Apecicci invece è sbarcata in Piemonte. Una laurea in Scienze della Comunicazione, diploma in pianoforte al conservatorio, scuola di Specializzazione abilitante all’Insegnamento in Musica e un’altra per il Sostegno, ad accoglierla non c’erano i fotografi. Shirley Pappardella, invece, ha scelto la Lombardia, perché “lì, almeno, ho dei parenti”. Abbiamo anche una coppia di conoscenti in quel di Verona e no, non si trovano lì per omaggiare Romeo e Giulietta. Anche loro sono insegnanti e anche loro sono emigrati. Ma non si lamentano, anche se forse potrebbero, perché c’è di peggio.

B-san, per esempio, ha preferito rimanere a casa: “nella mia classe di insegnamento – sosteneva – riuscire ad agguantare una supplenza annuale, la sola che ti permettere di sopravvivere fuori casa, equivale a vincere un terno al lotto, tanto vale restare dove sono e aspettare”. Visto come è andata a finire, non aveva tutti i torti. Una delle sue colleghe (per fare un solo esempio), ha fatto anche lei le valige, ma al contrario: dopo un anno di lavoro e mille supplenze tagliate in provincia di Roma, ha “smontato i pupi” per tornare a casa, in attesa di niente. Un’attesa che rischia di essere infinita perché, mi dicono, stanti le norme attuali, una volta scelta la provincia in cui inserirsi in graduatoria, non è più possibile sostituirla. Vorrà dire che B-san e la sua collega, si uniranno a quella folta schiera di individui (nonché cittadini italiani) a cui appartiene anche l’amico della mia amica laureata in legge – che come tutti i neo-laureati in legge lavora senza essere pagata -, quella di coloro i quali hanno studiato e pagato le tasse e si sono abilitati pagando ancora più tasse, per fare i disoccupati.

Un esercito di migliaia di persone di cui nessuno parla, neanche i sindacati, perché non avendo mai lavorato o non facendo parte del precariato storico, non interessano a nessuno. Eppure dovrebbero, visto che sono circa 40.000.

Eppure dovrebbero interessare a qualcuno, perché mentre ci si lamenta degli scarsi risultati della scuola italiana, la loro è la generazione più specializzata della storia repubblicana: per essere chiari, se fino a qualche anno fa, per insegnare, bastava la laurea, loro hanno dovuto laurearsi, superare una selezione per entrare nella scuola di specializzazione, studiare e dare esami per altri due anni per abilitarsi e poter “sperare” così, di essere chiamati un giorno, prima o poi, a insegnare da qualche parte; anche nella provincia di Vaffanculo, come mi ha detto un laureato e abilitato in Storia e Filosofia l’altra sera.

Ma di che stupirsi? A trent’anni siamo già abituati a campare di sole soddisfazioni, come sa bene un’altra mia amica: una laurea in Italia e due in Germania, le sono servite a vincere un dottorato di ricerca in un ateneo siciliano, ma “ovviamente” senza borsa. L’ovviamente l’ho messo tra virgolette, perché ho la sensazione, magari infondata, che se fosse stata figlia di.. o amica dì.. la borsa gliel’avrebbero data. Ma che ci volete fare? Forse sono tendenziosa perché non ho mai capito di questi strani fenomeni al pari della Fisica, per quanto la potessi studiare. Per comprenderli potrei chiedere il parere di un esperto. Magari quello dell’allievo Bossi, il figlio del senatore. Sono sicura si tratti di un ragazzo intelligente se la Fiera di Milano paga le sue consulenze 12,000 euro al mese. E se è stato ripetutamente bocciato alla maturità, la colpa sarà sicuramente di alcuni insegnanti – meridionali e prevenuti – che lo volevano costringere a parlare in italiano; mentre lui, poverino, pur di difendere la sua identità, ha continuato a esprimersi in dialetto lombardo (ma presto, come sapete, questi incresciosi episodi di razzismo saranno eliminati alla radice).

Intanto Noemi Letizia, sbarca a Venezia e circondata dai fotografi si lascia immortalare abbracciata alla sua mamma. Chissà cosa ne pensano le mamma di Apecippi, di Shirley Pappardella e di tutti gli altri giunti in una provincia qualunque, anche quella di Vaffanculo, solo per lavorare? Chissà cosa provano? Forse, sia loro che loro figlie, pensano di aver sbagliato tutto. Forse, pensano che avrebbero fatto meglio a mettere la dignità sotto i piedi o a gettarla via dalla finestra. E se proprio sanno di non esserne capaci, o se sono consapevoli di non avere il fisico di Mara Carfagna, allora forse pensano che tanto valeva non studiare affatto e andare a fare le commesse. Mestiere dignitosissimo, ma per il quale, appunto, non c’è bisogno della laurea. Chissà cosa pensano di questo post. Ma a costo di privarle di un po’ della loro privacy, non potevo stare zitta, mentre loro emigrano o aspettano il nulla e Noemi Letizia sbarca a Venezia, circondata dai fotografi.

 [pagina personale di Facebook]

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