
Elizabeth The Golden Age - locandina -
Da piccola, volevo il cavallo. Disperatamente.
Si dirà che il 90% dei bambini, indifferentemente dal sesso, hanno lo stesso sogno.
Vero, ma c’è di più.
Quand’ero piccola, tutte le bambine amavano il rosa e da grandi volevano fare le ballerine. Se non ve lo ricordate o se nei primi anni ’80 non c’eravate, andate a rivedere le intervistate di Sandra Milo a Piccoli Fans. Io però non ero tra queste: mi piaceva l’azzurro e preferivo mettere alla prova i miei muscoli arrampicandomi su dei pali piantati nel giardino di casa mia. Non ricordo quante volte mia madre, in preda al panico, mi ha trovato appesa a testa in giù. Per mia fortuna, non sa quante volte non mi ha trovato, cioè non mi ha scoperta.
Certo, mi piaceva Madonna, anche a 5 anni, ma perché non era come Lorella Cuccarini (la brava ragazza più amata dagli italiani ed eroina delle mie coetanee). Non capivo niente di quello che di diceva, ma capivo l’essenziale: era lei la più cool. Era lei la regina e la sua creatività era il suo regno.
Ma il sintomo, o il segnale più pericoloso, è un altro: a sei anni ho protestato. Vigorosamente. Scoperto casualmente che il vero cognome di mia madre non era Cortese ma un altro e che la chiamavano così solo perché era sposata, ho protestato, seduta sul sedile davanti della 500 con cui mi accompagnava a scuola, in prima elementare. Al ritorno, le comunicai la soluzione: mi sarei sposata, ma solo con uno che si chiamava Cortese, così non dovevo cambiare cognome.
Però anch’io come tutte, disegnavo: abiti con gonne larghe e fiocchi, simil sposa… ispirati a Lady Oscar, ovvero nella fattispecie a Maria Antonietta, che comunque era la sovrana.
A tutte queste cose ho ripensato negli ultimi giorni, stimolata dal proliferare di articoli su royal wedding, accompagnati dall’assioma “tutte sogniamo di sposare il principe azzurro”.
Ho visto il royal weddig. Naturalmente. Ma del romanzo non me ne fregava nulla. Mi eccitavano la pompa magna e le implicazioni di carattere istituzionale. Volete mettere? E non mi sono emozionata con il bacio sul balcone, ma col finale della cerimonia: sposi e ospiti che cantano Dio Salvi la Regina. Tutti, compreso il marito della Regina. Tutti meno che lei, la Regina, muta, nel suo regale silenzio. Che goduria infinita (soprattutto, nel video linkato, dal minuto 1,4 in poi).

Royal Wedding - balcone -
No, io la sindrome della principessa, tantomeno della principessa sul pisello e/o chiusa nella torre, addormenta, sveglia ma maltratta e comunque sempre da salvare, io no, non ce l’ho mai avuta (piuttosto mi arrampico su un palo e ti faccio vedere che non cado).
Io stimavo solo le padrone di se stesse e regine di qualcosa, volevo il cavallo e amavo l’azzurro perché una vera donna sovrana di se stessa al momento giusto, se c’è bisogno, sa fare tutto quello che farebbe un uomo – Elisabetta I contro l’Invincibile Armata spagnola insegna – per poi tornare al suo Regno da femmina: con un bel vestito, ampio, regale e il gisto accompagnamento di pompa magna.
E come Elisabetta I, non ho mai avuto voglia di sposare un principe se pensa di potersi intromettere, solo per questo, nel mio Regno. Piccolo, insignificante ma pur sempre indipendente ha da essere. Io, o per meglio dire la nostra maestà, lo difenderemo. Nel Regno della nostra creatività, del nostro punto di vista, dei nostri sogni e dei nostri princìpi (non prìncipi), non si accettano interferenze. E se qualcuno ci attacca oltre che sovrano saremo anche primo ministro. E non uno qualunque. Ma uno che in diretta radiofonica dichiara al mondo intero “We shall never surrender!” non per presunzione, ma per amore di verità.
Accettasi al massimo un Filippo di Endimburgo, principe consorte, che garantisca che il Regno, cosi come il nome di famiglia, resti il nostro. Perché, regine si nasce. Non ci si diventa, men che meno per matrimonio. In quel caso al massimo, si resta principesse e per giunta solo consorti.
H. R. M. Antonella The Gentle, Queen of herself and of her wrinting.
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