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Venerdì con Repubblica

13 gen

La Posta del cuore - Natalia Aspesi - Venerdì di Repubblica

Il mio momento preferito della settimana: caffè, sigaretta e Posta del Cuore di Natalia Aspesi su Il Venerdì di Repubblica.

A tal punto il mio momento preferito della settimana, che solo dopo aver ottemperato all’obbligo – o firmato il cartellino dell’imperitura ammiratrice – sono tornata al quotidiano, all’inserto palermitano e ho letto (nelle pagine culturali, mica capperi) l’ottimo pezzo di Eleonora Lombardo in cui si parla di Blog, di Blogger e anche di Sicoola.

Del resto, autocitandomi, siamo ciò che mangiamo anche culturalmente e le maestre come le buone abitudini, vengono prima.

Il link al pezzo di Repubblica, lo trovate qui.

Né Italo, né Siculo: semplicemente Inculo

18 dic

Sito Trenitalia - Tratta Palermo/ Siracusa -

In genere, quando sento o leggo di gente indignata perchè sul frecciarossa la wi-fi non prende bene, mi vien voglia di pestargli le falangette per dispetto. Se nel misero Minuetto su cui viaggio – quando mi va bene – lungo la Palermo/Messina, mi capita di trovare una presa elettrica tanto mi basta per gridare al miracolo.

Qualche giorno fa poi, ho provato un moto di sincera e onesta invidia leggendo sui giornali della presentazione di Italo. Il nuovo treno della compagnia privarta NTV che a partire da marzo coprirà le tratte Torino/Salerno e Venezia/Roma. Velocità massima 356 Km/h e non solo: al suo interno anche una carrozza relax e una cinema per trasmettere film in tv di 19 pollici. Do naturalmente per scontata la wi-fi.

Quanto sarebbe figo, mi son detta, poter usufruire di una di queste meraviglie tecnologie anche in Siculonia.

E proprio così lo potrebbero chiamare: Sicoolonia-Express, da Occidente a Oriente, da Palermo a Siracusa, il treno più cool che non si può con tanto di beauty farm e granite alla mandorla. Vi immaginate? Almeno le 7 o anche 12 ore di percorrenza avrebbero un senso. Potremmo dire che lo facciamo apposta, per il turismo. Per offrire un servizio in più – romantico ma scintillante – a chi ci viene a trovare.

Verrebbero persino dalla Russia, ne sono sicura, per salirci su e io potrei incontrare il mio conte Vroskij. Tiè.

Si scherza, naturalmente, ma neanche più di tanto per quanto, lo confesso, non abbia pianto di malinconia per la soppressione dei treni a lunga percorrenza. Nell’epoca dei viaggi aerei low cost, mi pare non ci sia motivo per mantenerli. Piuttosto, mi ha pianto il cuore – e mi stupisce che considerazioni simili non le abbiamo fatte persone più titolate di me che solo di malinconia hanno parlato – per quei lavoratori del servizio cuccette, buttati in strada. E mi sono chiesta, per quale diavolo di motivo non venissero re-integrati nei servizi regionali. Mi  sono chiesta, soprattutto, perché i denari risparmiati sopprimendo quelle tratte non vengono utilizzati per potenziare i trasporti locali che sono il segno più tangibile dell’arretratezza in mezzo a cui ci è dato di vivere.

Per fare qualche esempio, amiche di Agrigento mi dicono che per andare da un punto all’altro della provincia, alle volte, è necessario arrivare prima a Palermo e fare cambio. Se poi hanno bisogno di prendere un aereo, l’aeroporto più vicino è quello di Catania: 3 ore in macchina o autobus.

A me poi, è capitato di dovere pagare 18.00 euro invece che i soliti 11.50 per un supplemento rapido, nonostante il treno precedente coprisse lo stesso percorso (da Messina a Palermo) in minor tempo (2h e 30′ invece che 3h e 10′) a prezzo normale. Non ho chiamato Voyager, ma avrei dovuto. Perché è il vero mistero legato al 2011-2, altro che profezie Maya…

Di una cosa però sono sicura, un treno qui da noi, non è e non può essere né Italo, né Siculo e men che meno Sicoolo ma semplicemente Inculo (l’accento mettetelo lì dove deve andare)… alla balena, perché ci vuol pure fortuna e sperare che non si scassi, che arrivi in tempo, che non venga soppresso, che paghiate un supplemento rapido che abbia un senso o che ci sia quanto meno una presa elettrica per non sentirvi davvero in **** [censura] all’Europa.

Regali di Natale: due e ovviamente con ghiaccio

13 dic

AAA-vvisi: il 25 dicembre – cioè il giorno di Natale – Mediaset non manderà in onda il Piccolo Lord. Non che avessi letto da qualche parte il contrario, ma lo davo per scontato. Che pomeriggio del giorno di Natale sarebbe senza le gambe storte del piccolo lord che corrono per le lande inglesi? A dire il vero, possiamo solo star certi che non accadrà su Canale 5, che invece trasmetterà Opera on Ice, il fantastico spettacolo di pattinaggio a cui ho assistito grazie a Donna Moderna e di cui avevo parlato (anticipando anche la news) qui e soprattutto qui.

Io non lo vedrò, credo. Non solo perché già l’ho visto, ma perché la notiziona – e dunque l’avviso numero due – che ha riempito il mio cuore di gioia sportiva oggi è un’altra.

Il 25 dicembre, giorno di natale, ritorna lo Tzar, ritorna Plushenko. Ancora. Alla veneranda età di 29 anni, dopo 3 di ritiro, il primo ritorno, una medaglia d’oro scippata a Vancouver (e polemiche mai finite, per credere leggere i commenti su ogni un video preso a caso da youtube), una squalifica che sembrava a vita e una serie infinita di infortuni, torna. Intanto per i campionati nazionali russi e se le cose vanno come devono andare anche per tutto il resto: europei e mondiali e meno male. A parte l’immenso amore sportivo per lui e il tifo, non se ne può più di  poco più che ventenni per cui un solo quad è l’Everest.

Io quindi, mi fionderò su Eurosport 2, live dalla Matruska Rassia. Buon Natale e Spasibo.

P.p. (che vuol dire post post), intanto qualche chicca dall’allenamento con il ritorno anche della Biellman. Che per un uomo non è mai stata una cosa normale, ma a 29 anni, a sviluppo ultimato e con le costole al loro posto è semplicemente impossibile. O quasi.

Downton Abbey

11 dic

Downton Abbey - locandina -

Rete 4 è arrivata tardi. Ma meglio tardi che mai e finalmente anche gli italiani potranno guardare Downton Abbey. Le figlie legittime di Jane Austen (ogni madre spirituale è madre legittima) sparse per la penisola, possono essere felici. Quelle di Agatha Crhistie anche. Quelle che conoscono a memoria ogni fotogramma con Laurence Olivier pure. Lo stesso dicasi per i conservatori che stimano Churchill e per certi progressisti, quelli più liberal e sopratutto radical chicchissi.

Qualcuno comunque l’ha già fatto: ha già visto tutti e 15 gli episodi e in lingua originale per giunta. Senza perdersi neanche il supremo piacere degli accenti «upstairs» e «downstairs». Roba da aglophili schizzinosi, non c’è dubbio. Roba da figlie di Jane Austen in crisi d’astinenza da sceneggiato TV made in old fashion Englad con tutto quello che ne consegue.

God save the streaming, indeed.

Come camminano le Regine

4 dic

Queen Elizabeth II - Pop Art -

Mi segnalano un post, titolo Come camminano le Regine. Da leggere soprattutto se vi erano piaciuti: questo o questo o questo o tutti e tre.

Perché regine si nasce e alle principesse rosa noi (pluralia maiestatis) non abbiamo mai creduto.

via Come camminano le Regine.

Ma anche No

4 dic

Ma anche no

Non sono una strega, ho sempre pensato e neanche Stefano Bartezzaghi. Per quanto lo stimi e anche se amo le parole, non amo particolarmente gli acronimi o giocare con gli acronimi. Preferisco giocare direttamente con le parole, con il loro significato e con le loro accezioni. A ciascuno il suo vizio.

Eppure è di un acronimo che sono costretta a parlare e non solo.

Oggi pomeriggio, esordio su La7 di Ma anche No di Antonello Piroso. La prima considerazione è che la mia amica B-San e io, se solo avessimo registrato il copy right, avremmo potuto citare per danni tre quarti dell’universo mondo: testimoni confermano che dicevamo «ma anche no» anche quando non lo diceva nessuno, nemmeno la Ventura. Son soddisfazioni.

Tuttavia, venendo alla questione essenziale, confesso che Piroso – o chi per lui – mi ha fatto un favore enorme: a sinistra del teleschermo, in alto, per tutta la durata del programma, faceva bella mostra di sé un logo. Qualcosa di molto semplice: tre lettere, nient’altro che l’acronimo del nome della trasmissione, ovvero MAN.

Ovvero come un rettangolino illuminato può illuminare d’immenso la Cortese. Ovvero, Man che in italiano è l’acronimo di quel Ma anche no che ho detto e ripetuto per anni  ma che in inglese, ora che lo vedo scritto, significa uomo.  Come dire: Un uomo? Ma anche no.

Che le parole siano importanti e quelle inglesi pure, l’ho sempre pensato e sostenuto. Ignoravo però – per pigrizia – quanto lo fossero gli acronimi. Ignoravo soprattutto, che ripetere certe espressioni a più non posso, può conferirgli il valore di formule magiche e avrei evitato di pronunciarle. Nominano l’innominabile, lo evocano (concedendogli la maiuscola delle entità) e funzionava. Aggiungo, che se all’appalesarsi di certi strani fenomeni ripetevo sempre «l’esorcista ci vuole» la cosa aveva un senso, per quanto non me rendessi conto. Avrei potuto dire «la neuro» per esempio, ma dicevo l’esorcista – adesso mi è chiaro – perché se l’inconscio di una strega incosciente può far danni, inconsciamente conosce anche le soluzioni e le indica.

Nel bene e nel male una strega sono, adesso lo so. Ma anche sì.

E non ho paura di dirlo. Tanto MAS in spagnolo vuol dire solo di più.

Togliete i libri alla donne? Piuttosto partorisco un libro.

30 nov

Avevo appena partecipato – eccitatissima – a un’iniziativa online lanciata da Feltrinelli, che per promuovere l’uscita dell’ultimo libro di Isabel Allende (Il quaderno di Maya), ha chiesto ai propri lettori di inviare su Facebook foto dei libri della scrittrice cilena in loro possesso.

L’eccitazione era dovuta al fatto che superata la fanciullezza e i libri per ragazzi, il primo vero romanzo che io abbia mai a letto è stato la Casa degli Spiriti. E se ce n’è stato uno prima, non me lo ricordo, tanto potente è stato l’amore e lo shock.

Come sempre nella mia vita, anche in quel caso una passione -verso l’autrice, della quale uno dopo l’altro lessi tutti i libri – mi insegnò molte altre cose e mi condusse in direzioni non sempre previste. Ho raccolto piccoli semi, ho continuato a percorrere ed esplorare sentieri che da lì partivano ma arrivavano altrove.

E se a 17 anni i miei amici “rivoluzionari” camminavano con la maglietta di Che Guevara e citavano i Diari della Motocicletta, io mi ostinavo a pensare che fosse più interessante studiare il golpe in Cile e parlare di Salvador Allende. Non è una differenza da poco e  ha determinato – e continua a determinare – tutto il resto.

Questo per fare solo “un” esempio. Ne potrei fare altri mille, che hanno a che fare con la Allende e quel libro, ma più in generale con tutte le passioni, le curiosità, gli interessi che ho coltivato dunque con tutto quello che mi hanno insegnato, con le esperienze che di conseguenza ho fatto ovvero – in poche parole – con la persona che sono diventata.

Potrei farlo, perché ancora prima di leggere la Casa degli Spiriti, avevo iniziato a fare altro: a scrivere. E non ho mai smesso. Direi anzi, che è l’unica cosa che non abbia mai smesso di fare, nonostante dica spesso – un po’ per scherzo e un po’ sul serio – di aver vissuto almeno 5 vite.

L’ho fatto anche quando mi ritrovai muta (metaforicamente parlando) e la grafomania compulsiva mi ha aiutato “a ricostruire la relazione tra gli eventi” e “a sopravvivere al mio stesso terrore” [cfr.: la Casa degli Spiriti, excipit e incipit].

Tutto questo per spiegare il perché della mia partecipazione entusiasta all’iniziativa. Ma è solo la prima parte. Perché tornata sulla home page di Facebook, trovo un link relativo a un articolo uscito oggi su Libero. Titolo: togliete i libri alle donne e torneranno a fare più figli.

Io non ho figli e non so se non li avrò. Non dico che non voglio, dico che non so se succederà. E dico anche che per me forse non è un problema. Dico forse, perché allo stato attuale non lo è, ma non me la sento di dire un no assoluto. Resta il fatto, però, che non lo considero necessario per sentirmi donna a tutti gli effetti. Lo sono e basta. Come lo sono quelle che li vogliono e non ne possono avere. Come lo sono quelle adottano. E l’adozione, per altro, è una cosa che sono certa di voler fare: perché la maternità è un’attitudine, non un fatto biologico e si dovrebbe amare di più chi ne ha più bisogno.

Perché in un pianeta affollato da 7 miliardi di esseri umani, sarebbe il caso di prendersi cura gli uni degli altri a prescindere dalla biologia e dalla nazionalità (il problema di Libero è anche la cosiddetta invasione extra-comunitaria).

In un pianeta affollato da 7 miliardi di esseri umani, sarebbe il caso di scolarizzare chi non lo è, in quelle parti del mondo dove lo si è di meno, dove lo sono soprattutto le donne e dove si fanno più figli. Molti di più. E magari dovremmo insegnare – oltre che a leggere e scrivere – un’altra cosa: la genitorialità responsabile, ovvero fare meno figli e crescerli meglio. Perché il problema del mondo sono la povertà e la fame, non la purezza della razza ariana.

Quanto a me, che non so se un giorno avrò figli o no, all’improvviso mi è venuta una gran voglia di generare e partorire un libro. Alla faccia di Libero. Magari non mi verrà (o lo abortirò), magari mi farò aiutare dalla fecondazione assistita (ovvero da un editor), magari ci rinuncerò perché si dovrebbe fare per amore e non per dimostrare qualcosa. Magari continuerò ad adottare quelli altrui (ovvero leggerli e perché no recensirli). Intanto però su questa storia fatta di casi (apparentemente) scollegati ci scrivo sopra un post. A futura memoria forse. O forse perché “la relazione tra gli eventi” è come un mantra per me ed esiste eccome.

Aliaa Magda Elmahdy: il corpo delle donne unisce

29 nov

Aliaa Magda Elmahdy - Blog -

Aliaa Magda Elmahdy ha 20 anni, studia Arte e Comunicazione alla American University e su Twitter si autodefinisce laica, liberale, femminista, vegetariana e individualista. Niente di così straordinario – in effetti – se non fosse che Aliaa è egiziana. Si dirà che quest’ultimo sia un giudizio tranchant, viziato dall’immagine retriva che abbiamo del mondo arabo. Vero in parte…

Il resto della storia lo trovate cliccando qui.

3000 lire per vedere i Beatles

28 nov

I Beatles a Milano, nel 1965 (via corriere.it)

Chiedo umilmente scusa, ma non ho segnato nome o nick name e non potrò citare – come sarebbe giusto – l’autore di un tweet che ho letto ieri sera. Colui il quale è destinato a rimanere ignoto in questo post, ùdiceva più o meno «Scopro che mia madre nel 1965 ha speso 3 mila lire per vedere 4 Beatles, io ho pagato 100 euro solo per uno», riferendosi – evidentemente -al concerto che Sir Paul McCartney ha tenuto due giorni fa a Bologna.

Fa impressione, è vero. I concerti costano molto di più non solo di quanto costassero 45 anni fa, ma anche solo 10/15 (quand’ero adolescente, negli anni 90, il prezzo medio di uno spettacolo main stream era 25.000/35.000 lire). Impressiona l’inflazione, fa effetto pensare al cambio di valuta.

Soprattutto, fa impressione e un certo effetto che a distanza di 45 anni, nonostante l’inflazione, il cambio di valuta (perché nel frattempo è cambiato il mondo) e persino la crisi economica si sia giustamente disposti a pagare anche 100 euro, pur vedere almeno uno dei Beatles.

Che nel frattempo sono anche tranding topic su Twitter.

Le emozioni, la storia, la cultura di intere generazioni non hanno prezzo.

Long live the Kings.

p.s. domani è il 29 novembre ma George Harrison è ancora qui.

La crisi è della politica, dei mercati ma non di Twitter

14 nov

Che la rivoluzione vera, quella araba, si sia servita ampiamente del social media di micro blogging [Twitter] è un fatto noto. Lo stesso, vale per il movimento Occupy Wall Street nelle diverse declinazioni nazionali e locali.

E in Italia? In Italia succede “anche” altro e la politica ufficiale, così come il giornalismo non possono ignorarlo.

Per leggere tutto, cliccate qui.

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