Avevo appena partecipato – eccitatissima – a un’iniziativa online lanciata da Feltrinelli, che per promuovere l’uscita dell’ultimo libro di Isabel Allende (Il quaderno di Maya), ha chiesto ai propri lettori di inviare su Facebook foto dei libri della scrittrice cilena in loro possesso.
L’eccitazione era dovuta al fatto che superata la fanciullezza e i libri per ragazzi, il primo vero romanzo che io abbia mai a letto è stato la Casa degli Spiriti. E se ce n’è stato uno prima, non me lo ricordo, tanto potente è stato l’amore e lo shock.
Come sempre nella mia vita, anche in quel caso una passione -verso l’autrice, della quale uno dopo l’altro lessi tutti i libri – mi insegnò molte altre cose e mi condusse in direzioni non sempre previste. Ho raccolto piccoli semi, ho continuato a percorrere ed esplorare sentieri che da lì partivano ma arrivavano altrove.
E se a 17 anni i miei amici “rivoluzionari” camminavano con la maglietta di Che Guevara e citavano i Diari della Motocicletta, io mi ostinavo a pensare che fosse più interessante studiare il golpe in Cile e parlare di Salvador Allende. Non è una differenza da poco e ha determinato – e continua a determinare – tutto il resto.
Questo per fare solo “un” esempio. Ne potrei fare altri mille, che hanno a che fare con la Allende e quel libro, ma più in generale con tutte le passioni, le curiosità, gli interessi che ho coltivato dunque con tutto quello che mi hanno insegnato, con le esperienze che di conseguenza ho fatto ovvero – in poche parole – con la persona che sono diventata.
Potrei farlo, perché ancora prima di leggere la Casa degli Spiriti, avevo iniziato a fare altro: a scrivere. E non ho mai smesso. Direi anzi, che è l’unica cosa che non abbia mai smesso di fare, nonostante dica spesso – un po’ per scherzo e un po’ sul serio – di aver vissuto almeno 5 vite.
L’ho fatto anche quando mi ritrovai muta (metaforicamente parlando) e la grafomania compulsiva mi ha aiutato “a ricostruire la relazione tra gli eventi” e “a sopravvivere al mio stesso terrore” [cfr.: la Casa degli Spiriti, excipit e incipit].
Tutto questo per spiegare il perché della mia partecipazione entusiasta all’iniziativa. Ma è solo la prima parte. Perché tornata sulla home page di Facebook, trovo un link relativo a un articolo uscito oggi su Libero. Titolo: togliete i libri alle donne e torneranno a fare più figli.
Io non ho figli e non so se non li avrò. Non dico che non voglio, dico che non so se succederà. E dico anche che per me forse non è un problema. Dico forse, perché allo stato attuale non lo è, ma non me la sento di dire un no assoluto. Resta il fatto, però, che non lo considero necessario per sentirmi donna a tutti gli effetti. Lo sono e basta. Come lo sono quelle che li vogliono e non ne possono avere. Come lo sono quelle adottano. E l’adozione, per altro, è una cosa che sono certa di voler fare: perché la maternità è un’attitudine, non un fatto biologico e si dovrebbe amare di più chi ne ha più bisogno.
Perché in un pianeta affollato da 7 miliardi di esseri umani, sarebbe il caso di prendersi cura gli uni degli altri a prescindere dalla biologia e dalla nazionalità (il problema di Libero è anche la cosiddetta invasione extra-comunitaria).
In un pianeta affollato da 7 miliardi di esseri umani, sarebbe il caso di scolarizzare chi non lo è, in quelle parti del mondo dove lo si è di meno, dove lo sono soprattutto le donne e dove si fanno più figli. Molti di più. E magari dovremmo insegnare – oltre che a leggere e scrivere – un’altra cosa: la genitorialità responsabile, ovvero fare meno figli e crescerli meglio. Perché il problema del mondo sono la povertà e la fame, non la purezza della razza ariana.
Quanto a me, che non so se un giorno avrò figli o no, all’improvviso mi è venuta una gran voglia di generare e partorire un libro. Alla faccia di Libero. Magari non mi verrà (o lo abortirò), magari mi farò aiutare dalla fecondazione assistita (ovvero da un editor), magari ci rinuncerò perché si dovrebbe fare per amore e non per dimostrare qualcosa. Magari continuerò ad adottare quelli altrui (ovvero leggerli e perché no recensirli). Intanto però su questa storia fatta di casi (apparentemente) scollegati ci scrivo sopra un post. A futura memoria forse. O forse perché “la relazione tra gli eventi” è come un mantra per me ed esiste eccome.
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