
rosticceria palermitana
Palermo non è Messina: il centro storico e il dialetto, la stagione concertistica del Teatro Massimo e la movida “scapè” (locuzione indigena che vale per: “alternativo-a”). Tutte cose di cui spero di poter parlare, mese dopo mese, pezzo dopo pezzo. Già il “pezzo“. Forse, è da qui che potrei cominciare: dal pezzo, quello di rosticceria. Estrema sintesi del gusto culinario e del carattere locale, non ha nulla a che vedere con i residui della cucina povera d‘altri tempi. Qui, infatti, si può solo far sul serio e al palermitano medio – di qualsiasi ordine sociale, grado e flessione di dialetto conseguente – il pezzo di rosticceria, piace “vastaso“. Ovvero, condito con quanto di più inaudito sia possibile recuperare nel mercato dei salumi e affini. E se si opta per il vegetale, non può che essere fritto o quantomeno affogato in ettolitri di besciamella. Meglio la panza piena, si pensa, che la bocca deliziata da un miserabile cornetto, prima di andare a dormire. Sì, perché all’ombra del Monte Pellegrino, il consumo pressoché quotidiano di arancine bomba e affini, avviene in tutte le ore del giorno, ma soprattutto, di notte. Insomma, lasciate ogni speranza – oh voi che entrate – e godetevi un bel calzone fritto con l’anima di wurstel, spalmata di maionese, avvolta nella sottiletta e sigillata con fetta di salame. Tanto, non troverete mai qualcosa di paragonabile a un “insulso” San Daniele di buddaci memoria. Soprattutto, non chiedetelo. Il silenzio del Franco o Tony di turno, che vi guarda male da dietro il bancone, andrebbe interpretato con un «Talè chistu! Ma ca’ ci pari? Ca’ ci ruobbu i picciuli e chistiani e un ci dunu a manciari niiiènti?». Sì, nell’ex Capitale del Regno, anche con i pezzi di rosticceria, si può solo far sul serio.
fonte della foto: http://www.mimmorapisarda.it
Articolo pubblicato per le Vie del Centro, Messina
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