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Come camminano le Regine

4 dic

Queen Elizabeth II - Pop Art -

Mi segnalano un post, titolo Come camminano le Regine. Da leggere soprattutto se vi erano piaciuti: questo o questo o questo o tutti e tre.

Perché regine si nasce e alle principesse rosa noi (pluralia maiestatis) non abbiamo mai creduto.

via Come camminano le Regine.

Ma anche No

4 dic

Ma anche no

Non sono una strega, ho sempre pensato e neanche Stefano Bartezzaghi. Per quanto lo stimi e anche se amo le parole, non amo particolarmente gli acronimi o giocare con gli acronimi. Preferisco giocare direttamente con le parole, con il loro significato e con le loro accezioni. A ciascuno il suo vizio.

Eppure è di un acronimo che sono costretta a parlare e non solo.

Oggi pomeriggio, esordio su La7 di Ma anche No di Antonello Piroso. La prima considerazione è che la mia amica B-San e io, se solo avessimo registrato il copy right, avremmo potuto citare per danni tre quarti dell’universo mondo: testimoni confermano che dicevamo «ma anche no» anche quando non lo diceva nessuno, nemmeno la Ventura. Son soddisfazioni.

Tuttavia, venendo alla questione essenziale, confesso che Piroso – o chi per lui – mi ha fatto un favore enorme: a sinistra del teleschermo, in alto, per tutta la durata del programma, faceva bella mostra di sé un logo. Qualcosa di molto semplice: tre lettere, nient’altro che l’acronimo del nome della trasmissione, ovvero MAN.

Ovvero come un rettangolino illuminato può illuminare d’immenso la Cortese. Ovvero, Man che in italiano è l’acronimo di quel Ma anche no che ho detto e ripetuto per anni  ma che in inglese, ora che lo vedo scritto, significa uomo.  Come dire: Un uomo? Ma anche no.

Che le parole siano importanti e quelle inglesi pure, l’ho sempre pensato e sostenuto. Ignoravo però – per pigrizia – quanto lo fossero gli acronimi. Ignoravo soprattutto, che ripetere certe espressioni a più non posso, può conferirgli il valore di formule magiche e avrei evitato di pronunciarle. Nominano l’innominabile, lo evocano (concedendogli la maiuscola delle entità) e funzionava. Aggiungo, che se all’appalesarsi di certi strani fenomeni ripetevo sempre «l’esorcista ci vuole» la cosa aveva un senso, per quanto non me rendessi conto. Avrei potuto dire «la neuro» per esempio, ma dicevo l’esorcista – adesso mi è chiaro – perché se l’inconscio di una strega incosciente può far danni, inconsciamente conosce anche le soluzioni e le indica.

Nel bene e nel male una strega sono, adesso lo so. Ma anche sì.

E non ho paura di dirlo. Tanto MAS in spagnolo vuol dire solo di più.

Me vs Fracomina

29 set

Ne avete sentito parlare – credo - e se non l’avete fatto molto probabilmente avrete visto in giro per l’Italia gli ultimi tabelloni pubblicitari firmati Fracomina.

Tuttavia, per dovere di chiarezza, ricordo brevemente la vicenda: il marchio d’abbigliamento ha lanciato a inizio settembre una campagna pubblicitaria in cui accanto al nome (presunto) della modella ritratta se ne indicano talvolta la professione e come dire.. scelte, stili di vita.

A destare scandalo alcuni manifesti in particolare: Mi chiamo Maria, non sono vergine e ho forte spiritualità; mi chiamo Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile.

Quando ho letto la notizia per la prima volta qui, non ho resisto.

Il virgolettato «Come marchio femminile abbiamo voluto dire la nostra sulla figura della donna strumentalizzata al servizio delle ideologie… Auspichiamo una società dove le donne, che hanno il coraggio di essere se stesse, non debbano essere definite femministe, ma donne» mi ha fatto sobbalzare.

Per cui, da donna non strumentalizzata che ha il coraggio di essere se stessa, sono andata sulla pagina ufficiale di Fracomina su Facebook e ho scritto cosa ne pensavo.

Il risultato è questo:

Dialogo con Fracomina su Facebook

Mi pento di una sola cosa: di aver avuto troppa fretta e di aver commentato con il mio profilo privato, quello che uso solitamente per comunicare con pochissime persone e che tenevo aperto proprio in quel momento. Avrei preferito – con il senno di poi – che ci fossero il mio nome e cognome in questa conversazione. Ma tant’è.

Al copia e incolla del virgolettato già citato, ho aggiunto in commento “auspico un mondo in cui sia la classe e la qualità degli abiti a decidere quali siano i marchi che hanno successo” e che non mi sembra meno strumentale sbattere una modella su un muro facendole interpretare una escort per farsi pubblicità. Fracomina (presumo l’ufficio stampa) ha avuto la cortesia di risponde. Lo fa insistendo sul punto e rilanciando: “… il nostro intento non è quello di indurre le persone a comprare il nostro marchio, ma lanciare una riflessione sulla donna. Dunque nessun intento offensivo ma un invito al rispetto per l’universo femminile che troppo spesso subisce soprusi”.

Sobbalzo numero ennesimo, ennesimo commento. A me hanno insegnato che le pubblicità progresso, quando non le fanno soggetti istituzionali, sono promosse con garbo da soggetti che si limitano a finanziarle con maggiore o minore visibilità. Esiste poi una seconda via, più o meno pubblica, ma comunque utile: dare soldi a ottime fondazioni e/o associazioni che si occupano teoricamente e praticamente delle questioni oggetto del nostro interesse. Pervasi da spirito se non femminista (perché non lo posso dire, pena il ludibrio) “di amore per l’universo femminile”, quante case famiglia per giovani madri si potevano finanziare (tanto per fare un esempio) con il denaro investito in quella campagna?

E dire che odio fare la populista, ma la domanda nasce spontanea.

Quanto all’intento offensivo, ho cercato di spiegare che non mi sono sentita offesa perché non sono una bacchettona moralista (e semmai, mi aspetto di non essere tacciata come tale da chi predica la libertà di pensiero come troppo spesso – anche se non nel caso specifico – accade). E soprattutto da donna che crede nella libera scelta, compresa quella di prostituirsi (quando lo è), ho cercato di dire che tra scegliere liberamente ed essere davvero libere ed emancipate (ovvero valutate in base ai propri meriti, rispettate e valorizzate per il proprio spessore umano, intellettuale e chi più ne ha più ne metta) esiste una gran bella differenza. Che quando un uomo ci paga 50, 500 o 5000 euro per una prestazione sessuale il padrone è lui. Finché ci dà i soldi e finché gli piace.

E da donna che crede nella libera scelta, nel libero pensiero, nelle donne e nelle loro capacità, sono molto rattristata dal constatare come moltissime, ormai, credano il contrario. E temo lo pratichino molto più frequentemente di quanto non avvenisse un tempo. Lo temo per loro e per le altre. Per tutte quelle che non è vero – per esempio – che non gli togli niente se vai a letto con qualcuno che conta per avere un lavoro: gli togli un lavoro, che meritavano più di te.

Mi dispiace che ci siano molte donne convinte del contrario. Mi dispiace che siano convinte del contrario (o si sentano legittimate) anche dal marketing, che utilizza persino l’indignazione per fare pubblicità.

Mi dispiace, più di tutto, aver avuto troppa fretta e aver utilizzato il mio account privato di Facebook, non quello pubblico. Mi sarebbe piaciuto vedere “Antonella Cortese” e aggiungere “sono solo una donna e non confondo la libertà con la strumentalizzazione”.

La favola che avrebbero dovuto raccontargli da piccoli

17 set

Principe

Negli ultimi giorni, alcune mie amiche hanno ricevuto via mail la seguente storiella:

La favola che avrebbero dovuto raccontarci da piccole
C’era una volta, in un paese lontano lontano una bellissima principessa, indipendente e sicura di sé.
Un giorno, mentre leggeva i giornali seduta sulle sponde di un laghetto incontaminato, incontrò una rana.
La rana le saltò in grembo e disse: – Elegante Signora, io ero un bel principe finché una strega cattiva mi fece un incantesimo. Un bacio da te e tornerò ad essere il bel principe che sono.
E poi, dolcezza, noi ci potremo sposare, mettere su casa nel tuo castello, tu potrai cucinare per me, lavare i miei vestiti, portare nel tuo grembo i miei figli ed essermene per sempre grata.
Quella sera mentre la principessa cenava beatamente gustando un bel piatto di gambe di rana saltate in padella, annaffiate da vino bianco, ridacchiava tra sé e pensava “… col cazzo”.
Le mie amiche dicono di averla apprezzarla. Nessuno dei miei amici o conoscenti ha osato proferire parola al riguardo.
Alle donne che l’avevano già letta e a quelle che l’hanno fatto adesso per la prima volta, devo una confessione: ho rivisto alcuni punti  – tu chiamalo, se vuoi, labor limae – e così come riportata la favola che avrebbero dovuto raccontarci da piccole, non è l’originale anche se il senso, la morale della favola, non cambia.
Agli uomini invece, devo una favola: perché se a noi femminucce hanno fatto credere che il principe azzurro esistesse davvero, l’altra metà della mela – o della tragedia – è che i maschietti hanno creduto davvero nell’esistenza della principessa rosa.

Principessa

La favola che avrebbero dovuto raccontargli da piccoli

C’era una volta – e ci sarebbe anche oggi – in un regno normale, una principessa dall’aspetto ordinario. Suo papà aveva un sacco di soldi e la principessa non aveva problemi: andava dal parrucchiere una volta alla settimana, comprava tutti i vestiti che voleva e grazie ai miracoli della cosmesi, sembrava più carina di quanto in realtà non fosse.
La principessa, ovviamente, era anche raccomandata: non aveva bisogno di studiare più di tanto e un giorno le avrebbero trovato anche un buon lavoro. Non perché ne avesse bisogno, ma così.. per darsi un tono.
La mamma invece, le diceva sempre che un bel giorno avrebbe dovuto trovarsi un fidanzato; ma non uno qualunque: uno che fosse anche un buon partito.
E fu così, che la principessa rosa non conobbe un principe, lo selezionò. Non era solo un figlio di papà dal brillante futuro assicurato, era anche intelligente e sexy. Lei, fece tutto quello che si fa in questi casi.
Ogni volta che c’era il principe a una festa, ballava succinta ma solo accanto a lui, per fargli capire che era una troia sì, “ma solo per te amore!”.
Con gli amici di lui era carina ma non pulla, perché fosse chiaro a tutto il mondo – e soprattutto al principe – che anche se il resto del mondo esisteva – ed era pure simpatico – a lei, non interessava.
Con le amiche e le ex fidanzate del principe, era ancora più gentile: era il modo migliore per tenerle sottocontrollo.
Ma soprattutto, se il principe aveva un problema, la principessa rosa faceva la faccia dispiaciuta, si metteva quasi a piangere e dentro di sé ringraziava il cielo: aveva una buona occasione per aiutarlo e dimostrare quanto tenesse a lui.
Le cose andarono avanti così per un po’ di tempo. Finché una sera, la principessa rosa si autoinvitò a cena. Si mise a cucinare, bevve un bicchiere di vino – per dare tutta la colpa all’alcool – e si mostrò più succinta del solito.
Giunti a quello che credeva essere il momento fatidico, la principessa rosa chiuse gli occhi e aprì leggermente le labbra. Il principe la guardò intensamente e disse:- Non sono un debole e non sono neanche cretino: ho 30 anni, tutte le donne che voglio, guadagno bene e mi diverto. Perché dovrei mettermi con te? Perché mi fai compagnia e mi aiuti se ho bisogno? Non te l’ho chiesto io e so benissimo che non lo fai perché sei una santa, ma per farmi innamorare di te a furia di farmi pena e ringraziarti. Se hai davvero lo spirito della missionaria, vai ai cucinare per i senza tetto. Io, posso fare da solo, chiamare un amico, un’amica che non me lo rinfaccia o ordinare al take away. Il cane che mi fa compagnia mentre guardo la TV, come vedi già ce l’ho. L’unico vincolo che mi lega a lui è portarlo fuori a fare la pipì e per premio non mi fidanzo con lui..  al massimo gli regalo un osso.

De pudicitia*

5 lug

Credo di essere una donna pudica. Sebbene della pudicizia abbia un concetto del tutto particolare.

pudicizia

Ho usato il topless in qualche occasione. Ogni volta era in luogo sperduto, dove nessuno sapeva chi fossi. Non mi sentivo nuda, né desiderata o desiderabile. Ma indifferente, quasi invisibile.

Esponevo il mio corpo al sole perché evaporasse. Se sguardi impudenti si fossero posati su di me, non credo che me sarei accorta. Di fatto, non me ne sono accorta.

E’ accaduto che mi sorprendessi ballerina e disinibita, io. “Mi” sorprendessi, perché era solo affar mio:  eppure so che gli altri c’erano.

Credo di aver sviluppato una forma del tutto personale di autismo: la sindrome di Piskarev (così la chiamo, in onore di un sublime personaggio inventato da ‘Gogol ne la Prospettiva Nevskij).

Quello che non riesco a esporre sono le mie emozioni. Le considero il bene più prezioso che ho. Non posso sciuparlo, esporlo alla cattiveria e alla superficialità, che può essere ancora più feroce. Credo sia più rischioso mettere a nudo le proprie emozioni che la propria carne.

È rischioso. Per questo non riesco a condividerle se non con un ristretto numero di persone e mai con nessuno completamente. Distribuisco le confessioni, come l’acuto agente di finanza distribuisce il rischio. Gli investimenti vanno pur fatti – dice l’economista -, se si vuol diventare ricchi, bisogna avere il coraggio di rischiare.

Il mio singolare modo di concepire la pudicizia, ha come fondamento un principio di scienza economica, non esistenziale. Devo essere davvero stronza, oltre che pudìca.

* riesumato dal 2006

Sulla Gatta Morta

10 apr

Ho ricevuto un’e.mail da un amico. Il contenuto era la seguente storiella:

Aneddoto di una persona…fedele???

Io ero molto felice: la mia fidanzata ed io eravamo insieme da più di un anno, perciò decidemmo di sposarci. I miei genitori ci aiutarono in tutti i modi possibili, i miei amici mi assecondavano, la mia fidanzata era un incanto. C’era solo una cosa che mi dava molto fastidio: la migliore amica della mia fidanzata. Era intelligente e sexy, delle volte mi faceva il filo, turbandomi…

Un giorno, l’ amica della mia fidanzata mi telefonò e mi chiese di andare a casa sua per aiutarla con la lista degli invitati al matrimonio: quindi io andai. Era da sola e quando arrivai, mi sussurrò che (nonostante dovessi sposare la sua migliore amica) nutriva sentimenti e desideri verso di me e che non poteva più nasconderli. Prima di sposarmi e compromettere la mia vita e quella della sua migliore amica, voleva fare l’amore con me per una volta sola.

Cosa potevo dirle, ero talmente sorpreso, che non dissi una parola. Lei disse: ‘Andrò in camera e
(se lo desideri) entra e sarò tua.’ Ammirai il suo meraviglioso fondo schiena, come si muoveva al salire le scale! Mi alzai dalla poltrona e rimasi lì in piedi per un po’. Poi mi girai, andai alla porta d’ingresso, aprii e uscì.

Mi avviai verso la mia auto. La mia fidanzata era fuori con lacrime agli occhi, e mi disse: ‘Sono felice e orgogliosa di te: hai superato la mia piccola prova, non potevo scegliere un uomo migliore come sposo!’

MORALE:
Lascia sempre i preservativi in macchina!!!

Il mio amico (quindi un uomo) sostiene che sia un racconto divertente. Sono d’accordo. Ma perché do un’interpretazione completamente diversa alla favola e alla sua morale, anch’esse evidentemente, opera di un uomo.

Inizio col dire che trovo esilarante lo sprovveduto pover uomo protagonista della vicenda.

Gongola, all’inizio della storiella, convinto di aver trovato la fidanzata perfetta. La definisce “un incanto”, versione sintetica politically correct di “rassicurante, accomodante e servile”.

Ma è anche po’ turbato, per sua stessa ammissione, dalla presenza della migliore amica di lei, sexy e intelligente. Lo infastidisce, perché? Se il vero problema fosse che la ragazza in questione è sexy, non gli sarebbe minimamente passato per la testa di sottolineare anche il fatto che sia intelligente.

Piuttosto, il poveretto, per quanto stupido possa essere, raggiunti presumibilmente i 30 anni di vita, non può non sapere che una donna intelligente sceglie amiche intelligenti. Per cui, la sua vera paura (inconscia e inconfessabile) è che anche la sua fidanzata lo sia e che nasconda la sua vera identità.

La scena madre, il tentativo di seduzione, è fantastica.

Le parole che la diabolica sculettatrice sceglie per irretire il narciso sono il manifesto dei sogni proibiti di ogni buon narciso idiota che si rispetti “fare l’amore con te per una volta sola…”, ”sarò tua…!”.

Comunque fanno gioco e l’ego dello sprovveduto si espande smisuratamente.

Ma ancora più divertente è la scena madre numero due, quella in cui la fidanzata gatta morta (e le signore tutte lo sanno già)  finge di commuoversi!

Un capolavoro di disonestà tale che il poverino, dimentico della bastardata cui è appena stato sottoposto, se ne va via tutto contento pensando di essere lui il furbacchione che l’ha fatta franca.

La morale della favola, dunque, dovrebbe essere un’altra: lì dove giace il belloccio che si crede furbo, sciupafemmine e impunito, giace la gattamorta tessitrice d’inganni, dalle mefistofeliche idee, che nasconde gli artigli per farsi infilare meglio l’anello. Con buona pace di tutti.

Telefonata assistita

25 gen

Si fa presto a dire “dammi il tuo numero” o “ti lascio il mio numero”, quando una giovane donna Sìcoola aggancia – o è agganciata da – un più o meno giovane uomo, più o meno aitante e/o più o meno intellettualmente stimolante, che le interessa davvero. Il vero problema è cosa farci dopo. Perché la giovane donna Sìcoola, alle prese con un nuovo Lui che potrebbe essere non un qualunque nuovo Lui, ma il” nuovo Lui della stagione, non si sceglierà mai lo sputtanamento diretto.

Da drandissima paracoola qual è, non andrà oltre il lasciar intendere un vago, vaghissimo, interesse. Almeno la prima volta. Persino quelle che si piegano all’azione immediata tramite SMS, opteranno per uno scritto né porco, né intenso e assolutamente privo di puntini sospensione, faccine idiote e “K”. Quello che le piace fare – in questi casi – è lavorar di metafora: culinaria, artistica o calciofila che sia, ciò dipende dall’argomento di conversazione prescelto nell’ultimo colloquio, dalle passioni di lei o di lui – ma se c’è un interesse in comune, la scelta del tema è sostanzialmente obbligata – e in ogni caso, solo un esperto filologo potrebbe carpire la sottilissima allusione sottintesa.

Altre, vanno all’attacco diretto sì – cioè telefonano – ma solo dopo un intervallo di almeno 24 ore e comunque mai prima della pausa pranzo del giorno dopo. La cosa essenziale, in questi casi, è fingere di avere davvero qualcosa di importante da dire e se non c‘è, bisogna trovarla. Utili allo scopo la lettura di tutti i giornali, dell’elenco completo degli appuntamenti cultural-modani della città e – non ultimo – il consulto preventivo con le amiche per vagliare la forma e la sostanza delle possibili opzioni.

La scusa di Apecicci aveva qualche elemento di debolezza, gliel’ avevamo detto. Per questo non era sicura di fare la cosa giusta, quando pigiò il tasto verde del suo cellulare. Si sentì sollevata, quando a rispondere non fu l’obiettivo numero uno dell’anno, ma la vocina metallica della signorina del gestore telefonico che l’avvertiva che l’utente da lei chiamato non era al momento raggiungibile. “Bene, bene, meglio così - disse – vuol dire che dorme. Domani mattina, vede la telefonata e se vuole richiama”. Aveva altre otto ore per pensare: avrebbe detto “Pronto” e sarebbe stata davvero pronta.

Anzi, no. Perché aveva appena finito di proferire quelle poche parole, quando squillò il suo cellulare. Il numero che la chiamava era sconosciuto. La salivazione di Apecicci si fermò, momentaneamente sospesa. Sguardo basito, domande a ripetizione (“Che faccio?” ,“Che dico?”) e una sola certezza granitica: – È sicuramente lui.  Anzi due: – Se non rispondo è peggio.

Lo pensavamo anche noi. Prese dal panico collettivo, per la proprietà transitiva del terrore amoroso, le dissimo: – Rispondi, ma col viva voce.. così ti aiutiamo. La donna Sìcoolla telefonata assistita sarà un fenomeno raro, eppure alle volte si manifesta, un po’ come gli avvistamenti UFO. E fu così che, ansimanti e trepidanti, anche noi sentimmo:- Prontu, Ma’.. Sugnu Graziella. Ti vuleva diri ca’.. ca’ siccomu mi ruolunu i rina, pozzu dormiri ‘nto to liettu?*

La donna Sìcoola & la coinquilina tascia non sono un fenomeno raro quanto gli UFO, ma frequente quanto gli sputi sul marciapiede.

* vale per: – Pronto Ma..’? Sono Graziella. Volevo dirti.. giacché avverto un leggero fastidio alla regione lombare, potrei riposare nel tuo letto?**

** Nota alla nota: la donna Sìcoola (provvista o no di coinquilina tascia) è pur sempre filologa e predilige il registro aulico.

pubblicato su palermo.bloggalo.it , il 29 maggio 2009

Perversione – racconto di una seconda volta -

17 gen

Per la puntata precedente, leggere qui. Per la nuova, quello che segue iniziando dai fondamentali:

Perversione: s. f. Comportamento anormalo e socialmente condannato, spec. nella sfera sessuale | Degenerazione, depravazione.                                 Lo Zingarelli Minore, Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli a cura di Mario Cannella © 2001 Zanichelli editore.

mano nella mano

Questa la definizione del termine, vocabolario alla mano. Ma se si accetta il principio per cui nell’epoca del relativismo sociale, esistono gruppi e comunità – dunque micro-società – con comportamenti e stili di vita diversi, credo di poter dire – con assoluta certezza – che ho fatto una cosa perversa il primo dell’anno. Veramente perversa, almeno per me: sono andata in giro per Taormina, mano nella mano con un uomo. E lo baciavo pure. Sono anche caduta un paio di volte. O quasi. Diciamo che ho incespicato. Lì per lì, ho dato la colpa agli stivali troppo scivolosi che indossavo. Poi, a mente fredda, ho capito: ero sconvolta. Chi le ha mai fatte queste cose? Non ci sono abituata ed era normale che perdessi l’equilibrio.

E dire che il mio primo dell’anno era iniziato come tutti gli altri primo dell’anno, sebbene la tecnologia e i social network, avessero aggiunto un particolare sfizioso. Sveglia in tempo per seguire la differita del concerto di Vienna, sono apparsa su Facebook per commentare – passo dopo passo – lo spettacolo, con amiche altrettanto malate di walzer, polke e Radetzky March. Noi Sicoolæ, siamo fatte così: non abbiamo mega pranzi con i di Lui o di noi parenti a cui ottemperare (pena il risentimento degli esclusi dall’ultima abbuffata) e dalla bassa comodità delle nostre tappine, ringraziamo per questo. Amiamo le cose belle e impossibili della vita, fatte di passione e armonia e quando possiamo ce le godiamo – attaccate Tv – facendo finta di essere lì. È il nostro modo di essere romantiche.
Sì perché, nonostante tutto, siamo – e anche io lo sono – romantiche. Direi anzi, che sono una romanticona. Per questo, non ero mai stata a Taormina il primo dell’anno, in compagnia di un mano nella mano, come ogni buon messinese/catanese medio ha fatto e – presumibilmente – farà anche il prossimo anno. La passeggiata nel corso nel post S. Silvestro, è quanto di più ovvio, scontato e formale possa fare chi vive da queste parti. Romanticismo posticcio e standardizzato come le acconciature, i cappotti e gli anelli che le mano nella mano sfilano (nel senso che espongono: figurarsi se sfilano l’anello – o anche solo il cappotto – in senso non figurato) lungo il corso. Ma improvvisamente ero lì, se non proprio in mezzo a loro in prossimità. Neanche a questo sul momento, ho fatto caso. Ero troppo intenta a baciare il di lui collo e piuttosto tramortita dalla filodiffusione: concerto viennese in formato CD spalmato nell’etere, anche là. Oh mio Dio che cosa figa! Romantica e figa!
È pur vero che non l’abbiamo fatto apposta. Nel senso che il mio mano nella mano non vive in – e non proviene da – queste longitudini e nei pochi giorni che aveva a disposizione, non poteva non visitare Taormina. Perché noi l’abbiamo visitata. Non abbiamo guardato le vetrine e basta, come fanno tutti gli altri mano nella mano medi, con acconciature, cappotti e anelli che si rispettino. No, noi siamo perversi: facciamo le foto al panorama, parliamo di architettura, storia e ci stupiamo.
A dir la verità, ho fatto anche la teen-ager e non da sola. Quando la mia migliore amica e io abbiamo notato una pista di pattinaggio su ghiaccio – dietro porta Catania – siamo riuscite a recitare la parte di quelle che potevano rinunciare a un’oretta di sublime scivolamento, per non più di cinque secondi. Perché non siamo solo teen ager (inside), ma amiamo anche le cose belle della vita – che hanno passione e armonia – e quando non sono impossibili, non riusciamo a rinunciarci. Il fidanzato della mia migliore amica è abbastanza abituato a questo genere di entusiasmi, da aspettarselo: credo anzi che ci apprezzi anche per questo. Il mio mano nella mano, da parte sua, deve aver apprezzato tanta teen-ageritudine: ha persino scattato le foto. Che cosa romantica, figa e.. perversa. Perversa, per ogni coppia di messinesi/catanesi medi che si rispettino e che “ma chi faaaai? Hai trentanni e ancora giochi?”
No. Ho quasi trent’anni e sono solo romantica, veramente.
[pubblicato su palermo.bloggalo.it, gennaio 2010]

Fatta

11 gen

Fatta?

La mia amica Vikinga goes to Australia, aveva qualcosa di serissimo da festeggiare: l’arrivo del primo, sudatissimo e meritatissimo stipendio.Quella che non si chiama Marika, invece, era stata invitata a un concerto di amici. Così finimmo, in una serata di inizio stagione mondana di paranoia – più che Palermo – city, sulla veranda di palazzo Fatta. Affacciata alla balaustra, osservavo la piazza (Marina) e ricordavo il tempo in cui, piccola provinciale appena giunta nella grande città, attraversandola avevo dei sogni: un micro appartamento da quelle parti – un delizioso abbaino, stile bohémien – e la possibilità di ritrovarmi un giorno – chissà come, chissà quando – dalla veranda immensa di quel palazzone d’epoca che attirava tanto la mia attenzione.

Improvvisamente c’ero; e affacciata al balcone di palazzo Fatta, mi sono chiesta se in un modo o nell’altro, anch’io  ce l’avessi fatta.

Non era stato difficile arrivare lassù, ma solo apparentemente: delle piccole provinciali giunte nella grande città, sprovviste di agganci giusti, ci mettono tempo e fatica a cercare e a trovare gli agganci giusti. C’è voluta capacità di adattamento ma soprattutto, di superamento. Dallo sfascio rivoluzionario, alradical-chic sino allo chic e basta: accomodarsi va bene, immobilizzarsi mai.

E sarà per questo che anche se non ho ancora l’appartamento dei miei sogni, nel frattempo, sempre nei miei sogni, il piccolo rifugio bohémien, si è trasformato in un bilocale in centro con camerino appendi abiti. Questione di infighettamento, si dirà, ma soprattutto di feeling: amo le faccende domestiche, non le cederei mai a terzi – che mi girerebbero per casa e avrebbero il controllo reale dei miei slip – e alla luce di tutto questo, tra me e me, penso e dico: “scupattivvillu vui, il pavimento di un attico a cinque stanze”. Quanto al camerino appendi abiti, non è tanto una velleità da fashion-victim, quanto la necessità di una donna poco organizzata, ma assolutamente pratica: detesto piegare le maglie, stirale due volte, cercare le scarpe e fare il cambio stagione. Voglio tutto a portata di mano, meglio ancora se appeso: facile, veloce e soprattutto comodo.

Certo, l’appartamento dei miei sogni necessita di un r eddito del quale sono momentaneamente sprovvista. Nota dolente: affacciata al balcone di palazzo Fatta, mi sono resa conto, che le donne davvero pratiche – come Vikinga - hanno obiettivi e li perseguono, quelle romantiche o poco concrete – come me – solo sogni. E “se i sogni son desideri” a cui non so rinunciare, credo che continuerò a sognare tutta la vita, senza far nulla di pratico per poter dire anch’io “ce l’ho fatta”.

Ma subito dopo, infreddolita sul balcone di palazzo Fatta, mi son data una botta in testa. Avevo dimenticato che ce l’avevo anch’io qualcosa da festeggiare: i complimenti del giornalista scrittore che mi piace tanto e la proposta di collaborazione di un mensile, la terza in neanche un anno. Da donna romantica e poco concreta, che ha bisogno di credere che i sogni non si realizzano (per poter continuare a sognare ) e non crede alla realtà se è quella che desidera,  me ne ero completamente dimenticata. E fu così che – infreddolita e affacciata al balcone di palazzo Fatta – mi sono resa conto, che ancora se ancora non ce l’ho proprio fatta, ho imbroccato la  strada giusta e almeno un bel pezzo, di quella famosa strada, l’ho comunque fatta.

Post originale su: http://palermo.bloggalo.it/2010/01/11/fatta/

Troppo

15 giu

too much

Ci sono quelli che si fanno lasciare perché non hanno il coraggio di dirti che non ti amano più. Ok, ci può anche stare: sempre meglio di quelli che ti lasciano perché ti vogliono troppo bene. Alzi la mano chi non ne ha mai incontrato uno e   ̶  per inciso  ̶   non vi illudete: lo strano fenomeno  ̶  come le malattie esantematiche  ̶  colpisce solo prevalentemente in età adolescenziale. Recentemente infatti, sono stata testimone di un interessante caso di virus “T.V.TRP.B.” manifestatosi in un trentenne e non per via aerea, ma  ovviamente tramite sms.

Tornando a noi, anzi a loro, ci sono persino quelli che non ti scopano perché ti rispettano, quelli che ti amano ma non ti meritano e infine i più cattivi di tutti: quelli che non ti vogliono perché sei comunque troppo, qualunque cosa voglia dire (sta a te presumerlo o stabilirlo): troppo intelligente, troppo emancipata, con un futuro troppo brillante o cosa ben peggiore  ̶  perché qualcuna ancora ci casca e non se ne libera facilmente  ̶  troppo importante per rischiare di rovinare tutto e in ogni caso sempre troppo innamorata (anche se non l’hai mai detto), date le circostanze.

La cosa realmente comica, o tragica, dipende da come decidiamo di reagire, è che questi signori vorrebbero non solo che prendessimo per vero quel che dicono, ma che gli fossimo persino grate. Come richiesta o aspettativa, mi è sempre sembrata un po’ fuori luogo, esagerata, come dire? Un po’… troppo.

Vorrei essere lasciata da qualcuno che abbia il coraggio dirmi che non mi ama più. Vorrei essere rifiutata da un uomo che mi assicura di aver trovato una donna più bella, più porca, più ricca o più intelligente di me. Magari anche tutte queste cose insieme e  in ogni caso meno innamorata di me, visto che se mi innamoro io è un problema. Avrebbe la sua logica, me ne farei una ragione e riuscirei addirittura a esserne felice, a rallegrarmene, come si dice. In altri casi, preferirei essere la consapevole preda di uno scapolone incallito che il day after abbia il coraggio di non farsi venire i sensi colpa e non sentirsi costretto a trattarmi bene prima di tornarsene a quel paese. Sarebbe facile, inequivoco e soprattutto liberatorio. E in circostanze del genere, più di ogni altra cosa lo assicuro, preferirei  non ricevere spiegazioni: nella peggiore delle ipotesi penserei che il mio fondoschiena ha un suo perché, lo troverei gratificante e non mi sentirei trattata come un’idiota. Perché quello che desidero, soprattutto, è che quando qualcuno sente la necessità di parlare, se proprio non ne può fare a meno, usasse le parole per dire la verità, qualunque essa sia senza rancora.

Ma infondo lo so da tempo: io, pretendo troppo.

[pubblicato su palermo.bloggalo.it]

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