Mi segnalano un post, titolo Come camminano le Regine. Da leggere soprattutto se vi erano piaciuti: questo o questo o questo o tutti e tre.
Perché regine si nasce e alle principesse rosa noi (pluralia maiestatis) non abbiamo mai creduto.
Mi segnalano un post, titolo Come camminano le Regine. Da leggere soprattutto se vi erano piaciuti: questo o questo o questo o tutti e tre.
Perché regine si nasce e alle principesse rosa noi (pluralia maiestatis) non abbiamo mai creduto.
Ne avete sentito parlare – credo - e se non l’avete fatto molto probabilmente avrete visto in giro per l’Italia gli ultimi tabelloni pubblicitari firmati Fracomina.
Tuttavia, per dovere di chiarezza, ricordo brevemente la vicenda: il marchio d’abbigliamento ha lanciato a inizio settembre una campagna pubblicitaria in cui accanto al nome (presunto) della modella ritratta se ne indicano talvolta la professione e come dire.. scelte, stili di vita.
A destare scandalo alcuni manifesti in particolare: Mi chiamo Maria, non sono vergine e ho forte spiritualità; mi chiamo Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile.
Quando ho letto la notizia per la prima volta qui, non ho resisto.
Il virgolettato «Come marchio femminile abbiamo voluto dire la nostra sulla figura della donna strumentalizzata al servizio delle ideologie… Auspichiamo una società dove le donne, che hanno il coraggio di essere se stesse, non debbano essere definite femministe, ma donne» mi ha fatto sobbalzare.
Per cui, da donna non strumentalizzata che ha il coraggio di essere se stessa, sono andata sulla pagina ufficiale di Fracomina su Facebook e ho scritto cosa ne pensavo.
Il risultato è questo:
Mi pento di una sola cosa: di aver avuto troppa fretta e di aver commentato con il mio profilo privato, quello che uso solitamente per comunicare con pochissime persone e che tenevo aperto proprio in quel momento. Avrei preferito – con il senno di poi – che ci fossero il mio nome e cognome in questa conversazione. Ma tant’è.
Al copia e incolla del virgolettato già citato, ho aggiunto in commento “auspico un mondo in cui sia la classe e la qualità degli abiti a decidere quali siano i marchi che hanno successo” e che non mi sembra meno strumentale sbattere una modella su un muro facendole interpretare una escort per farsi pubblicità. Fracomina (presumo l’ufficio stampa) ha avuto la cortesia di risponde. Lo fa insistendo sul punto e rilanciando: “… il nostro intento non è quello di indurre le persone a comprare il nostro marchio, ma lanciare una riflessione sulla donna. Dunque nessun intento offensivo ma un invito al rispetto per l’universo femminile che troppo spesso subisce soprusi”.
Sobbalzo numero ennesimo, ennesimo commento. A me hanno insegnato che le pubblicità progresso, quando non le fanno soggetti istituzionali, sono promosse con garbo da soggetti che si limitano a finanziarle con maggiore o minore visibilità. Esiste poi una seconda via, più o meno pubblica, ma comunque utile: dare soldi a ottime fondazioni e/o associazioni che si occupano teoricamente e praticamente delle questioni oggetto del nostro interesse. Pervasi da spirito se non femminista (perché non lo posso dire, pena il ludibrio) “di amore per l’universo femminile”, quante case famiglia per giovani madri si potevano finanziare (tanto per fare un esempio) con il denaro investito in quella campagna?
E dire che odio fare la populista, ma la domanda nasce spontanea.
Quanto all’intento offensivo, ho cercato di spiegare che non mi sono sentita offesa perché non sono una bacchettona moralista (e semmai, mi aspetto di non essere tacciata come tale da chi predica la libertà di pensiero come troppo spesso – anche se non nel caso specifico – accade). E soprattutto da donna che crede nella libera scelta, compresa quella di prostituirsi (quando lo è), ho cercato di dire che tra scegliere liberamente ed essere davvero libere ed emancipate (ovvero valutate in base ai propri meriti, rispettate e valorizzate per il proprio spessore umano, intellettuale e chi più ne ha più ne metta) esiste una gran bella differenza. Che quando un uomo ci paga 50, 500 o 5000 euro per una prestazione sessuale il padrone è lui. Finché ci dà i soldi e finché gli piace.
E da donna che crede nella libera scelta, nel libero pensiero, nelle donne e nelle loro capacità, sono molto rattristata dal constatare come moltissime, ormai, credano il contrario. E temo lo pratichino molto più frequentemente di quanto non avvenisse un tempo. Lo temo per loro e per le altre. Per tutte quelle che non è vero – per esempio – che non gli togli niente se vai a letto con qualcuno che conta per avere un lavoro: gli togli un lavoro, che meritavano più di te.
Mi dispiace che ci siano molte donne convinte del contrario. Mi dispiace che siano convinte del contrario (o si sentano legittimate) anche dal marketing, che utilizza persino l’indignazione per fare pubblicità.
Mi dispiace, più di tutto, aver avuto troppa fretta e aver utilizzato il mio account privato di Facebook, non quello pubblico. Mi sarebbe piaciuto vedere “Antonella Cortese” e aggiungere “sono solo una donna e non confondo la libertà con la strumentalizzazione”.
Ho ricevuto un’e.mail da un amico. Il contenuto era la seguente storiella:
Aneddoto di una persona…fedele???
Io ero molto felice: la mia fidanzata ed io eravamo insieme da più di un anno, perciò decidemmo di sposarci. I miei genitori ci aiutarono in tutti i modi possibili, i miei amici mi assecondavano, la mia fidanzata era un incanto. C’era solo una cosa che mi dava molto fastidio: la migliore amica della mia fidanzata. Era intelligente e sexy, delle volte mi faceva il filo, turbandomi…
Un giorno, l’ amica della mia fidanzata mi telefonò e mi chiese di andare a casa sua per aiutarla con la lista degli invitati al matrimonio: quindi io andai. Era da sola e quando arrivai, mi sussurrò che (nonostante dovessi sposare la sua migliore amica) nutriva sentimenti e desideri verso di me e che non poteva più nasconderli. Prima di sposarmi e compromettere la mia vita e quella della sua migliore amica, voleva fare l’amore con me per una volta sola.
Cosa potevo dirle, ero talmente sorpreso, che non dissi una parola. Lei disse: ‘Andrò in camera e
(se lo desideri) entra e sarò tua.’ Ammirai il suo meraviglioso fondo schiena, come si muoveva al salire le scale! Mi alzai dalla poltrona e rimasi lì in piedi per un po’. Poi mi girai, andai alla porta d’ingresso, aprii e uscì.Mi avviai verso la mia auto. La mia fidanzata era fuori con lacrime agli occhi, e mi disse: ‘Sono felice e orgogliosa di te: hai superato la mia piccola prova, non potevo scegliere un uomo migliore come sposo!’
MORALE:
Lascia sempre i preservativi in macchina!!!
Il mio amico (quindi un uomo) sostiene che sia un racconto divertente. Sono d’accordo. Ma perché do un’interpretazione completamente diversa alla favola e alla sua morale, anch’esse evidentemente, opera di un uomo.
Inizio col dire che trovo esilarante lo sprovveduto pover uomo protagonista della vicenda.
Gongola, all’inizio della storiella, convinto di aver trovato la fidanzata perfetta. La definisce “un incanto”, versione sintetica e politically correct di “rassicurante, accomodante e servile”.
Ma è anche po’ turbato, per sua stessa ammissione, dalla presenza della migliore amica di lei, sexy e intelligente. Lo infastidisce, perché? Se il vero problema fosse che la ragazza in questione è sexy, non gli sarebbe minimamente passato per la testa di sottolineare anche il fatto che sia intelligente.
Piuttosto, il poveretto, per quanto stupido possa essere, raggiunti presumibilmente i 30 anni di vita, non può non sapere che una donna intelligente sceglie amiche intelligenti. Per cui, la sua vera paura (inconscia e inconfessabile) è che anche la sua fidanzata lo sia e che nasconda la sua vera identità.
La scena madre, il tentativo di seduzione, è fantastica.
Le parole che la diabolica sculettatrice sceglie per irretire il narciso sono il manifesto dei sogni proibiti di ogni buon narciso idiota che si rispetti “fare l’amore con te per una volta sola…”, ”sarò tua…!”.
Comunque fanno gioco e l’ego dello sprovveduto si espande smisuratamente.
Ma ancora più divertente è la scena madre numero due, quella in cui la fidanzata gatta morta (e le signore tutte lo sanno già) finge di commuoversi!
Un capolavoro di disonestà tale che il poverino, dimentico della bastardata cui è appena stato sottoposto, se ne va via tutto contento pensando di essere lui il furbacchione che l’ha fatta franca.
La morale della favola, dunque, dovrebbe essere un’altra: lì dove giace il belloccio che si crede furbo, sciupafemmine e impunito, giace la gattamorta tessitrice d’inganni, dalle mefistofeliche idee, che nasconde gli artigli per farsi infilare meglio l’anello. Con buona pace di tutti.
Ci sono quelli che si fanno lasciare perché non hanno il coraggio di dirti che non ti amano più. Ok, ci può anche stare: sempre meglio di quelli che ti lasciano perché ti vogliono troppo bene. Alzi la mano chi non ne ha mai incontrato uno e ̶ per inciso ̶ non vi illudete: lo strano fenomeno ̶ come le malattie esantematiche ̶ colpisce solo prevalentemente in età adolescenziale. Recentemente infatti, sono stata testimone di un interessante caso di virus “T.V.TRP.B.” manifestatosi in un trentenne e non per via aerea, ma ovviamente tramite sms.
Tornando a noi, anzi a loro, ci sono persino quelli che non ti scopano perché ti rispettano, quelli che ti amano ma non ti meritano e infine i più cattivi di tutti: quelli che non ti vogliono perché sei comunque troppo, qualunque cosa voglia dire (sta a te presumerlo o stabilirlo): troppo intelligente, troppo emancipata, con un futuro troppo brillante o cosa ben peggiore ̶ perché qualcuna ancora ci casca e non se ne libera facilmente ̶ troppo importante per rischiare di rovinare tutto e in ogni caso sempre troppo innamorata (anche se non l’hai mai detto), date le circostanze.
La cosa realmente comica, o tragica, dipende da come decidiamo di reagire, è che questi signori vorrebbero non solo che prendessimo per vero quel che dicono, ma che gli fossimo persino grate. Come richiesta o aspettativa, mi è sempre sembrata un po’ fuori luogo, esagerata, come dire? Un po’… troppo.
Vorrei essere lasciata da qualcuno che abbia il coraggio dirmi che non mi ama più. Vorrei essere rifiutata da un uomo che mi assicura di aver trovato una donna più bella, più porca, più ricca o più intelligente di me. Magari anche tutte queste cose insieme e in ogni caso meno innamorata di me, visto che se mi innamoro io è un problema. Avrebbe la sua logica, me ne farei una ragione e riuscirei addirittura a esserne felice, a rallegrarmene, come si dice. In altri casi, preferirei essere la consapevole preda di uno scapolone incallito che il day after abbia il coraggio di non farsi venire i sensi colpa e non sentirsi costretto a trattarmi bene prima di tornarsene a quel paese. Sarebbe facile, inequivoco e soprattutto liberatorio. E in circostanze del genere, più di ogni altra cosa lo assicuro, preferirei non ricevere spiegazioni: nella peggiore delle ipotesi penserei che il mio fondoschiena ha un suo perché, lo troverei gratificante e non mi sentirei trattata come un’idiota. Perché quello che desidero, soprattutto, è che quando qualcuno sente la necessità di parlare, se proprio non ne può fare a meno, usasse le parole per dire la verità, qualunque essa sia senza rancora.
Ma infondo lo so da tempo: io, pretendo troppo.
[pubblicato su palermo.bloggalo.it]