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Moffa a colazione da Tiffany

22 ott

C’era una volta Colazione da Tiffany: il bellissimo libro di Truman Capote e il riadattamento cinematografico, parecchio riadattato. In entrambi i casi – editoriale e in celluloide – c’era la storia non banale di una donna non banale e dai sentimenti altrettanto non banali. Come se non bastasse, il film – che festeggerà i suoi primi 50 anni il prossimo 9 novembre – ha consegnato alla storia un’icona di stile. Quell’Audrey Hepburn, immortale quanto i diamanti degli anelli da fidanzamento made in Tiffany.

Poi è arrivato Moccia: storie e personaggi banali e melensi e soprattutto lucchetti sparsi in tutta Italia (stupidi, chip e low cost).  Un delitto contro il romanticismo (che per essere tale – nel XXI secolo – deve attraversare le valli della disillusione e del cinismo) e il buon gusto.

Per confortarci, potevamo solo tornare a rivedere (o rileggere) Colazione da Tiffany. E solo Tiffany’s arrivando a Moccia, poteva riuscire nell’impresa impossibile: rendere i lucchetti interessanti, chic e high price.

No, non me lo sto sognando. Volete la prova? Andate sul sito ufficiale di Tiffany e ditemi a cosa vi fa pensare la collezione di lucchetti (sotto forma di pendenti per collane, bracciali e persino anelli) della multinazionale americana.

Lucchetti Tiffany - particolare -  fonte Tiffany.com

Lucchetti Tiffany - particolare - fonte Tiffany.com

Lucchetto Tiffany - Collana - fonte Tiffany.com

Lucchetto Tiffany - Anello - fonte Tiffany.com

Lucchetto Tiffany - bracciale - fonte Tiffany.com

La Caduta dentro la Tempesta

8 mag

La Caduta - locandina -

Confesso: non avevo mai visto La Caduta.  Ho recuperato solo ieri sera e sì: grande film. Didascalico, ha detto qualcuno, ma non in senso tradizionale. Direi piuttosto affine alla Microstoria, intesa non solo e non tanto come scelta narrativa (e cinematografica in questo caso), ma come corrente storiografica ben precisa. Perché la grande Storia la fanno comunque gli uomini. I piccoli uomini (la gente comune) e i grandi uomini o quelli a loro vicini (e senza i quali i grandi uomini non potrebbero gestire il potere) con le loro piccolezze, meschinità e/o nefandezze umane tanto quanto loro.

Questa sera, però, ho visto Into the storm. Un film ben fatto, didascalico, bello anche se non geniale. Pura cinematografia britannica. Con tutti i pregi e limiti della cinematografia didascalica britannica. Che io comunque adoro.

Into the Storm - locandina -

Due film diversi, dunque, non solo perché ruotano intorno due personaggi (Hitler e Churchill) totalmente diversi.

Tuttavia la morale, dopo la sbornia cinematografica, è un’altra: non si possono cambiare i finali dei film storici, né il loro script, naturalmente. E non solo perché non si può cambiare la Storia, ma perché il finale della Storia (e lo si capisce benissimo cogliendo la sostanza oltre che la storia di entrambi i film) non poteva che essere quello: la caduta, dentro la tempesta. Solo che la Storia la si racconta dopo. Sui libri e poi al cinema.

Francamente mi scompiscio

3 apr

Francamente me ne infischio - scena finale Via col Vento -

Io sono Reth, per questo amo Rossella. Ma è normale: Margaret Mitchell era una donna, l’eroina del suo libro e oggetto del suo amore (come accade sempre nel rapporto autore/opera, Gustave Flaubert/Madame Bovary c’est moi insegna) aveva le caratteristiche dell’uomo non reale ma dei sogni di ogni donna (e non parliamo di principi col pennacchio ma di gentaglia tutti e due/sogno erotico e appagante). Reth invece ama Rossella come solo una donna vorrebbe (più che saprebbe) fare con l’eventuale uomo/gentaglia tutte e due che vorrebbe tanto amare. Per questo alla fine se va e dice “francamente me ne infischio”. Fa quello che una moltitudine di donne, sopraggiunto il secondo istinto, quello di sopravvivenza, vorrebbe fare senza averne il coraggio.

Ma io sono Reth. Lo sono davvero. E non nel senso che me ne vado: nel senso che non sono l’astrazione degli istinti erotico-sentimentali (prima) e di sopravvivenza (dopo) repressi di una donna. Lo sono perché sono quegli istinti (entrambi) e se succede anche di ben altri sentimenti (reali). Senza bisogno di scuse e astrazioni e senza bisogno di auto-convincermi. Perché sono una donna onesta, soprattutto con me stessa.

E se nessuna donna – onesta o no – è Rossella, perché sarebbe un uomo, nessun uomo che mente a se stesso è Rossella per il semplice fatto di mentire a se stesso, se lo fa. Perché nessun uomo reale possiede qualità maschili irreali, che solo una donna può astrarre in una donna per parlare di un uomo. E perché, soprattutto, un uomo che mente a se stesso si auto-convince. Infatti lo fa per quello.

Non avrà mai momenti di crisi in cui rimpiangerà di non essere tanto buono e generoso come sua madre. Ne sarà sicuro, nonostante tutto. Non si accorgerà all’improvviso e quando ormai è troppo tardi (forse, perché la Mitchell era comunque una donna e anche se gli faceva chiudere la porta, lasciava il finale aperto) che di Asley non gliene importa nulla.

E  da buon Reth, io che ho il coraggio “di guardare le cose in faccia e chiamarle col loro nome” senza inventarmi un alter ego maschile che le dica per me, davanti ai tentativi bislacchi di chi cerca di convincere se stesso di qualcosa in cui evidentemente non crede, perché corroborato da una serie infinita di atti e fatti (reali) che ne attestano la totale falsità, non riesco a non ridere. Sì, my dear, io francamente… mi scompiscio.

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