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#Sucate

18 giu

#sucate

No, non è quello che state pensando. Non ha niente a che vedere con il thread più trend delle ultime elezioni amministrative. Ha che fare solo con l’invidia. La mia, ovvero – spero – la vostra.

Sono nata a Messina. Abito in centro. E solo chi è nato e/o vive (più o meno stabilmente) qui, può non rendersi conto di quanto sia poco normale poter uscire di casa – se si vuole – in ciabatte e pareo, attraversare la strada ed essere già in spiaggia.

A Messina lo possiamo fare.

#sucate II

#sucate II

Non abbiamo molto altro e non so quanto sia consolatorio, ma certamente tutto è meno che normale, ovvio, scontato, anche in altre città di mare. Ma a Messina yes, we can.

Almeno questo.

E scusate tanto, ma almeno da questo punto di vista, almeno una volta nella vita, lasciate dire anche a me – e fatemelo dire da Messina – un #sucate fortissimo, prima di tornare a pensare che abbiamo solo quello.

L’Opera

17 feb

Teatro Massimo - Palermo

Messina si dice “Ci fu l’opera” intendendo con questo – per esempio – che la signora del terzo piano ha banniato (cfr. palermitano: ha buttato voci) e rovesciato un bagghiolo d’acqua (a Messina il cato è bagghiolo) in testa a quella del primo. Insomma, ogni qual volta il genere umano si produce in sceneggiate di vario tipo, tale sconcertante esibizione viene definita, per l’appunto, opera.

Non che a Palermo manchino scene del genere: quello che fa difetto, semmai, è l’espressione idiomatica equivalente. Ma in compenso, si va all’opera veramente. Con tutto il rispetto per la stagione lirica del Vittorio Emanuele, non ho difficoltà ad ammettere che la location – e l’acustica – del Massimo è tutta un’altra cosa. E da melomane, quale comunque sono, non posso fare a meno di perdere questo genere di rappresentazione, ogni volta che posso.

L’altra sera non potevo: prima del Nabucco di Verdi e biglietti esauriti da tempo immemore. Ma le donne Sìcoolæ – si sa – non si fermano davanti a nulla, o per meglio dire: davanti a uno show di qualsivoglia natura non possono fare a meno di fermarsi ad osservare. E fu così che in compagnia di Vaikinga goes to Austrelia, mi ritrovai ferma e immobile (altro che piuma al vento) davanti ai cancelli del Massimo, all’uscita degli spettatori. Passavamo di là, dopo lauta cena e English Conversation e non abbiamo potuto fare a meno di notare l’epifania di pellicce e uomini in abito scuro che ci veniva incontro.

“Che spettacolo gli spettatori di una prima!” abbiamo pensato, sebbene (o dal momento che) i commenti registrati lasciassero parecchio a desiderare: “bello il Va Pensiero” era il più gettonato. E già, signora – avrei voluto dire -, chi l’avrebbe mai detto. Ma il meglio doveva ancora arrivare. Quantunque i più fossero elegantemente vestiti – del resto vanno non a teatro ma alla prima, per questo – delle schegge impazzite vagano in mezzo a loro: bagascione 70enne con cofana ossigenata, abito lungo, rosso e scarpa nera. Orrenda. Famigliola con donne in abito ovviamente lungo ma del genere “stoffa da confezione di confetti, arancione, proveniente da via Bandiera o simili” e scarpa di strass (parenti, non c‘è dubbio, di un debuttante del coro).

Non sarò classista, non potrei, ma non sono neanche cieca. In questo contesto, persino il melomane in abito e cappotto scuro, semplicemente appropriati, si faceva notare: era l’unico andato lì col solo intento di assistere allo spettacolo e non per fare pubbliche relazioni. L’unico vero melomane, come il vecchio frak di Modugno, se ne andava via, solitario e felice senza fare conversazione con nessuno. Ed è stato a quel punto, che Vaikinga e io, ci siamo guardate con sguardo complice e abbiamo detto: – Pochi euro e doppio spettacolo, quello di ieri e quello di oggi. Laddove il “quello di ieri” era la prova generale del Nabucco. Tecnicamente uguale alla prima – ma senza il panico da prima che affligge gli artisti e senza il pubblico della prima che va a vedere la prima, non l’opera – è stato possibile assistervi, come con tutte le prove generali, pagando un biglietto ridotto. E fu così, che immobili, tutt’altro che piume al vento, non ci siamo perse l’opera: né in messinese, né in palermitano.

pubblicato su le Vie del Centro, Messina, febbraio 2010

Il pezzo

30 nov

rosticceria palermitana

Palermo non è Messina: il centro storico e il dialetto, la stagione concertistica del Teatro Massimo e la movida “scapè” (locuzione indigena che vale per: “alternativo-a”). Tutte cose di cui spero di poter parlare, mese dopo mese, pezzo dopo pezzo. Già il “pezzo“. Forse, è da qui che potrei cominciare: dal pezzo, quello di rosticceria. Estrema sintesi del gusto culinario e del carattere locale, non ha nulla a che vedere con i residui della cucina povera d‘altri tempi. Qui, infatti, si può solo far sul serio e al palermitano medio – di qualsiasi ordine sociale, grado e flessione di dialetto conseguente – il pezzo di rosticceria, piace “vastaso“. Ovvero, condito con quanto di più inaudito sia possibile recuperare nel mercato dei salumi e affini. E se si opta per il vegetale, non può che essere fritto o quantomeno affogato in ettolitri di besciamella. Meglio la panza piena, si pensa, che la bocca deliziata da un miserabile cornetto, prima di andare a dormire. Sì, perché all’ombra del Monte Pellegrino, il consumo pressoché quotidiano di arancine bomba e affini, avviene in tutte le ore del giorno, ma soprattutto, di notte.  Insomma, lasciate ogni speranza – oh voi che entrate – e godetevi un bel calzone fritto con l’anima di wurstel, spalmata di maionese, avvolta nella sottiletta e sigillata con  fetta di salame. Tanto, non troverete mai qualcosa di paragonabile a un “insulso” San Daniele di buddaci memoria. Soprattutto, non chiedetelo. Il silenzio del Franco o Tony di turno, che vi guarda male da dietro il bancone, andrebbe interpretato con un «Talè chistu! Ma ca’ ci pari? Ca’ ci ruobbu i picciuli e chistiani e un ci dunu a manciari niiiènti?». Sì, nell’ex Capitale del Regno, anche con i pezzi di rosticceria, si può solo far sul serio.

fonte della foto: http://www.mimmorapisarda.it

Articolo pubblicato per le Vie del Centro, Messina

Windsurf ellenico

9 set

Sono finita nel circolo sportivo cha da due anni a questa parte accoglie il miootium estivo, tra le sponde mitiche di Scilla e Cariddi, al seguito di un amico che mi invitava ad assistere alla sua prima lezione di wind-surf. C’è voluto poco per comprendere le ragioni reali della sua richiesta: homo mediterraneus ed ex fidanzato di lungo corso, era troppo abituato ai servigi offerti da una legittima consorte, per poter fare a meno di una facente funzione di fidanzata che ne attendesse, paziente, il ritorno dal mare. Novella Penelope, in più di un’occasione, ne ho custodito telo da spiaggia, occhiali da sole, telefonino e quant’altro mentre scorrazzava beato tra le acque. Non è stato un grosso sacrificio − semmai una cortesia degna di quello che sembra essere il mio epiteto, più che il mio cognome − perché io, che tutto sono meno che una Penelope, nel frattempo in quella comunità marinara mi ero stupendamente ambientata.

Mi piacciono i surfisti, mi sono subito piaciuti. Si dirà, che l’epifania di corpi atletici da ammirare, sia il motivo di cotanta ammirazione. Ma non è solo quello (del resto tra neofiti e principianti, il Fidia dell’anatomia umana deve ancora passare lo scalpello). Piuttosto, da pseudo-intellettuale tutta sigarette e niente bicipiti, credo di non aver nulla a che spartire con i surfisti solo apparentemente. Sono degli individualisti loro, un po’ come me, che ogni giorno prendo la bici da sola (ovvero, senza organizzarmi con qualcuno “per andare a mare”) e mi dirigo verso i ben noti lidi, incurante di chi troverò o no in spiaggia. Ma anche il loro − come il mio, che nonostante tutto, ho sempre avuto amato condividere − è unindividualismo comunitario. Se è vero com’è vero, che sulla tavola si sta da soli, non lo si è mai del tutto. Inviolabili regole − o sacre moire − impongono ai più esperti di aiutare gli altri a migliorare: qui non regna la competizione fine a se stessa, ma si ammira e si contribuisce a creare l’altrui valore. Soprattutto, ilwind-surf − come stile di vita, non mero gesto atletico − sembra non avere un senso, senza una comunità di provenienza e approdo. Intellettuale tutta sigarette e niente bicipite, mentre li osservo e sto in mezzo a loro, non posso fare a meno di pensare, che proprio l’individualismo comunitario e l’amore per il mare, hanno fatto la Magna Grecia. E me li ritrovo tutti lì, davanti agli occhi, gli archetipi omerici: c’è quello che prima di iniziare la battaglia, pondera accuratamente la situazione; il giovane incurante pronto a ogni sfida; il non più tanto giovane, che alla forza sostituisce la perizia; persino le donne Amazzoni, che cavalcano le tavole con ardore. E poi sì, i surfisti sono anche filosofi: c’è una lezione universale, non solo una tecnica, nell’idea di domare le raffiche, abbandonandosi alla direzione che loro hanno deciso di prendere; come nell’attesa del vento giusto: che sia scirocco o grecale − e soprattutto che ci sia o no − dipende dalle condizioni climatiche e in buona sostanza dal Caso, dalla “Tuke fausta o infausta”( come direbbero gli antichi greci), quella forza misteriosa che dirige le nostre vite e alla quale è impossibile appellarsi.

Sì, i surfisti che ho incontrato in quest’angolo di Mediterraneo, altro non sono che i degni discendenti di coloro i quali civilizzarono per primi queste stesse sponde. E altro che circolo sportivo, a me sembra di stare in una colonia ellenica del VII secolo a.C., che poi − a pensarci bene − è esattamente dove sono, ma con ventotto secoli di ritardo: una post-coloniapost-litteram, da tramandare aiposteri, celebrandone virtù, ideologie e personaggi attraverso un post.

E la qui presente donna Sìcoola, con troppe cose da dire e pensare per sentirsi appaganta dal ruolo di novella Penelope e troppo femmina per interpretare quello di Amazzone delle Acque, sceglie per se stessa il ruolo di novella…Omera e vi canta, diva − o Pop Star di se stessa: perché ventotto secoli dopo, possiamo parlare a nome nostro senza offendere gli dei e peccare di hybris −della cortese Antonella la placida estate.

pubblicato la prima volta su palermo.bloggalo.it , il 9 settembre 2009

Leggenda Metro-mediterranea?

10 set

Lo squalo - locandina -

Ho chiaccherato con un amico, oggi, di vacanze e altre amenità.

Lui, un greco che vive a Palermo, è stato a Malta quest’estate. Lì, ha conosciuto uno studente di Messina, che gli ha mostrato il video di uno squalo girato nello stretto.
Ho fatto una faccia strana, quando me l’ha detto.

La stessa faccia – più o meno – che ho fatto lo scorso agosto a Porto Palo, quando un calabrese che vive a roma mi ha parlato dello stesso video.

La morale della favola è: “quant’è piccolo il mondo?” o piuttosto: “le leggende metropolitane in vacanza, fanno una crociera nel Mediterraneo”?

pagina personale Facebook, 19 settembre 2008

 

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