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Vita Indocente

31 ott

Vita Indocente – copertina -

Ho sempre pensato che la frase “non esiste l’amicizia tra donne” sia vera, ma solo tra galline. Per quanto mi riguarda, pur selezionando le intelligenze migliori ho molte amiche e me ne vanto.

Accade anche, forse perché seleziono le intelligenze migliori – che molte delle mie acute amiche siano insegnanti. O aspiranti tali.

Del loro destino e della loro condizione lavorativa/esistenziale avevo detto per esempio qui.

Ma può accadere che una o più di loro, decida – tra il serio e il faceto – di scrivere addirittura un libro a proposito della condizione lavorativa-barra-esistenziale sua e della sua generazione. Da un punto di vista molto femminile, ovviamente. Ché sempre di donne sicoolae si sta parlando.

E allora ecco a voi un’anticipazione, o meglio la quarta di copertina che ho avuto il piacere di scrivere, per Vita InDocente, libro a quattro mani – e molto a esaurimento… delle graduatorie – di Roberta Busacca ed Emanuela Lo Presti.

[Avvertenza: come per tutti i contenuti questo Blog, è possibile riprodurre il testo che segue citando chiaramente la fonte con link attivo]

‎Vita InDocente, di Roberta Busacca ed Emanuela Lo Presti, non è un romanzo. Non è neanche un saggio: è un iper testo – post post-moderno – che riproduce la vita di due insegnanti precarie nella Sicilia del 2010, Maria e Stella. Un diario di classe, ma anche esistenziale, che in un crescendo surreale e tragicomico mescola personaggi niente affatto inventati, notizie di prima pagina, il vissuto e le reazioni delle protagoniste. A partire dal loro primo incontro su un pullman di linea, Maria e Stella (una insegnante d’italiano e l’altra di filosofia) conducono il lettore alla scoperta di un variegato microcosmo di docenti pendolari e altrettanto precari con cui condividono viaggi, frustrazioni e aspirazioni. Senza paura di giudicarli. Perché per quanto surreali, sono figlie argute e visionarie del loro tempo. E in quanto figlie del loro tempo, cresciute a pane, cerchietti Naj Oleari e anni ‘80, si raccontano attraverso i feticci che hanno attraversato la loro vita dall’infanzia fino al momento di scoprirsi giovani donne, colte e precarie. 100 pagine di iper testo, post post moderno, con richiami alla cultura alta, bassa, pop e all’attualità. Perché la storia sarà anche magistra vitae ma in questa storia di magistrae l’italiano e la filosofia non fanno vivere meglio. A meno di non trovare una salvifica via di fuga.

A Secret: Madonna è sempre la mamma (anche di Sex and the City)

25 ott

Oggi 17 anni fa (1994) usciva Bedtime Stories, sesto album in studio di Madonna, il disco – ricco di  atmosfere  glamour e sosfisticate – conclude la “fase sex” della carriera della Regina del Pop e avvia quella elegante e raffinata che comprende la raccolta di ballate Something to Remember e il film Evita.

Nella track list, alcuni pezzi storici: Take a Bow (in duetto con Babyface), che con 7 settimane di permanenza alla numero 1 della Billboard hot 100 è – ad oggi – il singolo di maggior successo di Madonna negli Stati Uniti; Human Nature (nel cui video tra una tutina di lattice e un’altra, potrete riconoscere Luca Tommassini); la title trak Bedtime Story, un pezzo dance decisamente poco convenzionale frutto di una collaborazione con Björk (con base musicale minimal e testi che descrivono un viaggio nel subconscio) e Secret.

E a proposito di “Stories” da raccontare e “Secret”, I’m gonna tell you qualcosa che forse molti di voi non sanno.

Collana Carrie

Nel video di Secret (un bellissimo bianco e nero tra le vie e i locali di Harlem che abbiamo postato sopra), quella che ha fatto già fatto tutto e l’ha fatto anche meglio, indossa – tra le altre – una catenina in oro con su scritto Madonna. Se le date hanno un senso e la prima serie di Sex and the City è del 1998, la madre di tutte le collanine con nome in stile Carrie (il feticcio più feticcio di Sex and the City che ci sia, a cui non rinunciano celebrietes – una su tutte Amy Winehouse – e donne normali che la ordinano on line), è Madonna.

Tanto per cambiare.

Moffa a colazione da Tiffany

22 ott

C’era una volta Colazione da Tiffany: il bellissimo libro di Truman Capote e il riadattamento cinematografico, parecchio riadattato. In entrambi i casi – editoriale e in celluloide – c’era la storia non banale di una donna non banale e dai sentimenti altrettanto non banali. Come se non bastasse, il film – che festeggerà i suoi primi 50 anni il prossimo 9 novembre – ha consegnato alla storia un’icona di stile. Quell’Audrey Hepburn, immortale quanto i diamanti degli anelli da fidanzamento made in Tiffany.

Poi è arrivato Moccia: storie e personaggi banali e melensi e soprattutto lucchetti sparsi in tutta Italia (stupidi, chip e low cost).  Un delitto contro il romanticismo (che per essere tale – nel XXI secolo – deve attraversare le valli della disillusione e del cinismo) e il buon gusto.

Per confortarci, potevamo solo tornare a rivedere (o rileggere) Colazione da Tiffany. E solo Tiffany’s arrivando a Moccia, poteva riuscire nell’impresa impossibile: rendere i lucchetti interessanti, chic e high price.

No, non me lo sto sognando. Volete la prova? Andate sul sito ufficiale di Tiffany e ditemi a cosa vi fa pensare la collezione di lucchetti (sotto forma di pendenti per collane, bracciali e persino anelli) della multinazionale americana.

Lucchetti Tiffany - particolare -  fonte Tiffany.com

Lucchetti Tiffany - particolare - fonte Tiffany.com

Lucchetto Tiffany - Collana - fonte Tiffany.com

Lucchetto Tiffany - Anello - fonte Tiffany.com

Lucchetto Tiffany - bracciale - fonte Tiffany.com

Il ritorno di X Factor

20 ott

X Factor 5 - I giudici - fonte http://xfactor.sky.it/

Qualche anno fa, ci siamo divertite moltissimo con le pagelle di XFactor3 del giorno dopo.

Ma il tempo passa, i programmi televisivi migrano dal servizio pubblico a Sky (e non solo) e i social media cambiano il modo in cui li guardiamo e li commentiamo.

L’unica cosa che resta è che a noi – figlie del Pop –  X Factor continua a piacere. Quindi, ecco a voi un breve report della prima puntata adattato ai tempi.

Tornano la Ventura e Morgan (con i capelli verdi), Elio è ancora al suo posto nel banco dei giudici e habemus pure una new entry: Arisa.

Sì, Arisa “c’è”. Ed è questo il primo giudizio, in un senso e nell’altro.

Sulla dipartita della Maionchi preferiamo non commentare: la x è quella ormai ex fidanzata che ti lascia spezzandoti il cuore.

La novità più rilevante della prima puntata – che dura solo un’ora – sta tutta nella produzione: provini di fronte al pubblico e incursioni nel backstage tra i parenti degli aspiranti concorrenti. Non solo un passaggio da Rai a Sky, ma un ritorno alla madre patria: lo script è assolutamente made in UK (confrontare per credere) ed è molto meglio così.

Pochi i talenti (a parte la 16enne che canta i Led Zeppelin) e un po’ troppo reality. Nel finale c’è anche il momento C’è posta per te, con protagoniste le sorelle Shakira/Bertè (ribattezzate così perché si vestono come la pop star sud americana ma si odiano come le sorelle calabresi a inizio carriera). Rimandate al secondo episodio in versione duetto, per aumentare la suspence e fidelizzare l’audience.

Molti i personaggi. Compreso il depresso di Mantova, che in loop da coazione a ripetere continua a dire di non voler cantare ma esprimere uno stato d’animo. Quale? – chiede la Ventura – poi lo guarda ed è evidente che la domanda è solo retorica. Ed è un’affermazione tautologica rendere noto che per il provino ha scelto un pezzo di Tenco. Dopo di lui, la Gemma del Sud della Romania: una rumena che vive a Bolzano e canta Paparazzi come Gemma del Sud.  Credevamo che Gemma fosse morta (mediaticamente parlando) e non credevamo ai vampiri. C’eravamo sbagliati, in almeno uno dei casi.

Poi arriva Jeremie Fiumefreddo (da Brescia). Il suo peggior nemico è il personaggio che prova a inventarsi, talmente overline (altro che border) da farsi dare del pazzo da Morgan..  e non c’è nient’altro da aggiungere. A parte il fatto che dopo un cazziatone generale passa lo stesso e meno male, perché – personaggio a parte – c’era piaciuto.

Ma il momento top della serata è Fiocco di Neve. Nome d’arte di tale Giorgia Mencioni , si fa chiamare così (come la capretta di Heidi) perché indossa sempre un fiocco, dice. E la neve? – chiede il Castoldi – per la domanda retorica numero due e prima ancora di aver assistito all’esibizione: una versione psyco-freak-manga di E. T. di Katie Parry.

Twitt di Francesco Facchinetti su Fiocco di Neve

Fiocco di Neve non passa il provino (ve l’aspettavate), ma sbanca Twitter (ve l’aspettavate). Piccola selezione di alcuni commenti inviati all’hashtag XF5:

-è valsa da sola l’abbonamento a SKY

-quando vi scriverò il tweet “oggi ho la stabilità emotiva della mamma di Fiocco di Neve” preoccupatevi!

-FIOCCO DI NEVE trend topic universale

-@alecattelan ti prego mettimi in contatto con Fiocco di neve

-Fiocco di Neve è la quarta Yavannah

Aggiornamento del day after:  alle ore 18,30 circa arrivano anche i commenti di Francesco Facchinetti

-#fioccodineve è la cosa più bella al mondo dopo la Mia famiglia

- Esco di casa vestito da #fioccodineve

A fine show, pensiamo che la musica probabilmente verrà dopo ma che questa sera – intanto – ci siamo divertiti, per un’ora. Com’è giusto che sia.

Informazioni di servizio: se non avere Sky e siete così poco geek da non avere neanche Twitter, su www.simonaventura.tv potrete seguire Malgioglio che segue XFactor dal divano di casa sua ed estorcere l’audio della puntata, oltre che i suoi lamenti.

Ma se non volete farvi del male (anche perché ogni tanto inquadrano una cosa che una volta era la faccia di Ivana Spagna) provate a fare qualche giretto sul web e a chiedere alle persone giuste. Se siete fortunati, potreste trovare lo streaming.

Perché la musica non batte più sul 2, ma su Sky e le infinite possibilità offerte da internet.

Adio Pupa: Bentornata Pupa

12 ott

Adio Pupa

Adesso che è finita nella gallery di Repubblica.it ci manca ancora di più.

Sì perché – qualora non lo sappiate – una mano crudele ha cancellato la storia di Pupa dai muri dell’Albergheria, a Palermo.

Noi la ricordiamo così, al massimo del suo splendore. Rigustate la LOV STORI di Pupa cliccando qui.

Jhon Lennon

9 ott

Jhon Lennon - 13 ott 1940/8 dic 1980 -

Stefano Benni non se n’è mai fatto una ragione. Al punto da scrivere in Spiriti (Feltrinelli, 2000):

-Ho una brutta notizia per te – dice – il tuo Dio se n’è andato. Vuoi sapere perché?- […]
-Il tuo Dio era stufo di voi uomini. Ormai aveva un’unica consolazione. I Beatles.
-I Beatles nel senso di John Ringo Paul eccetera?
-Proprio così. Li ascoltava dalla mattina alla sera, davanti al camino. I suoi amici, angeli e diavoli, scuotevano la testa. Poi ci fu l’omicidio di John Lennon. Ricordi la data?
-Circa vent’anni fa.
-Otto dicembre millenovecentottanta. Quel giorno Dio disse: “Adesso basta, questo mondo sta andando a rotoli, è stato un cattivo investimento, me ne vado.” Fece le valigie, ci mise dentro i suoi dischi e sparì.”

Se fosse ancora vivo, oggi Jhon avrebbe compiuto 71 anni.

Ma era un’artista, la sua musica e le sue parole sono immortali ed è bello pensare che questo ottobre Imagine, la sua canzone più celebre, quell’inno all’amore universale, pubblicata nell’ottobre 1971 compia 40 anni. E potremo farle gli auguri per sempre.

Opera on Ice: Trionfo all’Arena di Verona

6 ott

Those who want to read an English version of Opera on Ice report, please clic here.

Vi dovevo il resoconto della serata.

Il link al post su donnamoderna.it lo trovate qui.

Il video – tratto da youtube – su quello che per me è stato il vero momento clou della serata – ovvero Stèphan Lambiel in Guglielmo Tell – è questo:

 

Me vs Fracomina

29 set

Ne avete sentito parlare – credo - e se non l’avete fatto molto probabilmente avrete visto in giro per l’Italia gli ultimi tabelloni pubblicitari firmati Fracomina.

Tuttavia, per dovere di chiarezza, ricordo brevemente la vicenda: il marchio d’abbigliamento ha lanciato a inizio settembre una campagna pubblicitaria in cui accanto al nome (presunto) della modella ritratta se ne indicano talvolta la professione e come dire.. scelte, stili di vita.

A destare scandalo alcuni manifesti in particolare: Mi chiamo Maria, non sono vergine e ho forte spiritualità; mi chiamo Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile.

Quando ho letto la notizia per la prima volta qui, non ho resisto.

Il virgolettato «Come marchio femminile abbiamo voluto dire la nostra sulla figura della donna strumentalizzata al servizio delle ideologie… Auspichiamo una società dove le donne, che hanno il coraggio di essere se stesse, non debbano essere definite femministe, ma donne» mi ha fatto sobbalzare.

Per cui, da donna non strumentalizzata che ha il coraggio di essere se stessa, sono andata sulla pagina ufficiale di Fracomina su Facebook e ho scritto cosa ne pensavo.

Il risultato è questo:

Dialogo con Fracomina su Facebook

Mi pento di una sola cosa: di aver avuto troppa fretta e di aver commentato con il mio profilo privato, quello che uso solitamente per comunicare con pochissime persone e che tenevo aperto proprio in quel momento. Avrei preferito – con il senno di poi – che ci fossero il mio nome e cognome in questa conversazione. Ma tant’è.

Al copia e incolla del virgolettato già citato, ho aggiunto in commento “auspico un mondo in cui sia la classe e la qualità degli abiti a decidere quali siano i marchi che hanno successo” e che non mi sembra meno strumentale sbattere una modella su un muro facendole interpretare una escort per farsi pubblicità. Fracomina (presumo l’ufficio stampa) ha avuto la cortesia di risponde. Lo fa insistendo sul punto e rilanciando: “… il nostro intento non è quello di indurre le persone a comprare il nostro marchio, ma lanciare una riflessione sulla donna. Dunque nessun intento offensivo ma un invito al rispetto per l’universo femminile che troppo spesso subisce soprusi”.

Sobbalzo numero ennesimo, ennesimo commento. A me hanno insegnato che le pubblicità progresso, quando non le fanno soggetti istituzionali, sono promosse con garbo da soggetti che si limitano a finanziarle con maggiore o minore visibilità. Esiste poi una seconda via, più o meno pubblica, ma comunque utile: dare soldi a ottime fondazioni e/o associazioni che si occupano teoricamente e praticamente delle questioni oggetto del nostro interesse. Pervasi da spirito se non femminista (perché non lo posso dire, pena il ludibrio) “di amore per l’universo femminile”, quante case famiglia per giovani madri si potevano finanziare (tanto per fare un esempio) con il denaro investito in quella campagna?

E dire che odio fare la populista, ma la domanda nasce spontanea.

Quanto all’intento offensivo, ho cercato di spiegare che non mi sono sentita offesa perché non sono una bacchettona moralista (e semmai, mi aspetto di non essere tacciata come tale da chi predica la libertà di pensiero come troppo spesso – anche se non nel caso specifico – accade). E soprattutto da donna che crede nella libera scelta, compresa quella di prostituirsi (quando lo è), ho cercato di dire che tra scegliere liberamente ed essere davvero libere ed emancipate (ovvero valutate in base ai propri meriti, rispettate e valorizzate per il proprio spessore umano, intellettuale e chi più ne ha più ne metta) esiste una gran bella differenza. Che quando un uomo ci paga 50, 500 o 5000 euro per una prestazione sessuale il padrone è lui. Finché ci dà i soldi e finché gli piace.

E da donna che crede nella libera scelta, nel libero pensiero, nelle donne e nelle loro capacità, sono molto rattristata dal constatare come moltissime, ormai, credano il contrario. E temo lo pratichino molto più frequentemente di quanto non avvenisse un tempo. Lo temo per loro e per le altre. Per tutte quelle che non è vero – per esempio – che non gli togli niente se vai a letto con qualcuno che conta per avere un lavoro: gli togli un lavoro, che meritavano più di te.

Mi dispiace che ci siano molte donne convinte del contrario. Mi dispiace che siano convinte del contrario (o si sentano legittimate) anche dal marketing, che utilizza persino l’indignazione per fare pubblicità.

Mi dispiace, più di tutto, aver avuto troppa fretta e aver utilizzato il mio account privato di Facebook, non quello pubblico. Mi sarebbe piaciuto vedere “Antonella Cortese” e aggiungere “sono solo una donna e non confondo la libertà con la strumentalizzazione”.

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