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No sex in Paleimmo city

24 ott

La Sicilia è un’isola e – disgraziatamente – è l’unica cosa che ha in comune con Manhattan.

Nella prima puntata di Sex and the City, una Carrie Bradshow agli inizi della carriera, si chiedeva come mai esistessero a New York, così tante donne economicamente indipendenti, belle ed emancipate, non sposate.

Io in Siculonia, di giovani donne sessualmente emancipate ne ho incontrate parecchie, molte delle quali ai limiti della pullaggine. Ma di signorine economicamente indipendenti, un po’ meno. Direi anzi, che sono un fenomeno raro quasi quanto gli UFO.

Per leggere il resto cliccate qui.

Rosalio gentilmente mi ospita.

L’Arancina Multietnica

17 ott

È il trend del momento: non c’è fine settimana in Paleimmo City che non vanti almeno un aperitivo multietinico. Anzi: un “apericena multietnico” (versione sicula dell’aperitivo alla milanese) figlio a sua volta della cena multietnica, à la page fino all’anno scorso.

Il resto potete leggerlo cliccando qui, su Rosalio che mi ospita.

Vittorio Sgarbi: Meraviglie a Palermo

10 mag

Palermo – Alla fine, siamo anche riusciti a strappargli qualche domanda, ma ve ne renderemo conto alla fine perché la vera notizia è un’altra: la prima esposizione pubblica di opere d’arte provenienti dalla collezione privata di Vittorio Sgarbi, si terrà a Palermo, a palazzo Sant’Elia, a partire dal prossimo febbraio.

Una selezione di 500/300 pezzi – il numero esatto è ancora da definire – tra gli oltre 4.000 di proprietà del critico d’arte più popolare d’Italia. A renderlo noto, è stato lo stesso Sgarbi, lo scorso 30 aprile, in occasione di un incontro organizzato al Castello Utveggio di Palermo, dal Rotary Club Parco delle Madonie. Intervenuto per presentare il suo ultimo libro – L‘Italia delle Meraviglie - edito da Bompiani, per la collana I Saggi – il noto intellettuale e uomo politico, ha intrattenuto con una lunga relazione il numeroso pubblico presente. Le osservazioni di carattere estetico e storico sulle ragioni e il significato del volume – celebrare l’unità d’Italia con un excursus attraverso alcune delle meno note ma altrettanto stupefacenti meraviglie del suo patrimonio artistico – sono state intervallate da cenni biografici, aneddoti e riferimenti alle diverse attività che lo vedono protagonista. Non ultima, quella di sindaco della cittadina siciliana di Salemi.

A tal proposito, dopo aver contestato logo e slogan scelti dalla regione siciliana per celebrare l’anniversario dello Sbarco dei Mille e ricordando che proprio Salemi fu prima capitale del neonato Regno d’Italia, Sgarbi ha colto l’occasione per lanciare alcune delle iniziative che avranno come epicentro la cittadina siciliana: la visita del capo dello stato Giorgio Napolitano, nonché l’inaugurazione del Museo della Mafia, l’11 maggio prossimo.

Come già anticipato, siamo anche riusciti a strappargli qualche domanda:

- Se avesse dovuto scrivere un libro non sulle bellezze del nostro paese, ma sulle sue brutture, quali sarebbe state le prime tre a cui avrebbe pensato?

Le pale eoliche, il complesso intorno l’Ara Pacis a Roma e poi ci sarebbe un orribile palazzo a Foligno…

- Immaginavo che avrebbe fatto riferimento alle pale eoliche e all’Ara Pacis, viste le sue note prese di posizione al riguardo. Ma perché proprio questi “oggetti” sono secondo lei i peggiori o quelli capaci di rappresentare un’estetica del brutto “nazionale”? -

Perché quello che mi fa infuriare di più, non è il brutto che deriva della speculazione. Quello ha un senso: perverso, ma c’è là. Ha una sua logica. Quello che invece detesto è l’atteggiamento e il risultato degli interventi di coloro i quali sono ritenuti e si ritengono grandi artisti o architetti e riescono mirabilmente a compiere degli scempi.

per palermo.bloggalo.it

Esemplari da Biblioteca

7 mag

libri

Adversis perfugium, secundis ornamentum. Così sta scritto, anzi inciso, sull’enorme lapide marmorea in cima alla scalinata interna della Biblioteca Regionale Siciliana, di corso Vittorio Emanuele a Palermo. O per meglio dire: dell’ex Biblioteca Nazionale di corso Vittorio. Preciso, perché alcuni ci tengono. Chi? Solitamente, ogni buon palermitano medio. I (presunti) lettori affezionati di questa rubrica sanno, che ogni buon palermitano medio, dunque di mezza età e media cultura – e che probabilmente ha frequentato la suddetta biblioteca almeno una volta nella vita – è anche mediamente orgoglioso dello status di ex Capitale del Regno della sua città. Ergo, chiama ancora la Biblioteca regionale, “Nazionale” perché gli suona più appropriato e dice “corso Vittorio” – non Vittorio Emanuele – perché con i principi e i regnanti si sente a suo agio. Come dire..? In confidenza. Noi oriundi evoluti – distinti dal fuori sede tipo tasciuliddo [cfr. messinese.: zallittu] non abbiamo di queste velleità: per noi la regionale, è solo “la Regionale”. Abbiamo fatto copia e incolla e ci siamo adeguati ai palermitani medi sì, ma anche giovani. Quelli cioè, che hanno rinunciato alla nobiltà anche nell’eloquio. Picciotti, siamo. Fatto sta, che da studenti universitari, laureandi, dottorandi o in attesa di concorso, andiamo alla “Regionale” senza ulteriori epiteti. Ci sarebbe anche villa Trabia per questo genere di attività, ma è un posto per fighetti, non per palermitani medi e oriundi, ancorché evoluti. Questione urbanistica più che di feeling: la villa e il suo immenso parco, sono collocati nell’epicentro delle residenze chic della città: l’asse via Libertà-Notarbartolo, che si estende in cerchi concentrici e da cui giungono – in motòoore – figli di papà ex Garibaldini. Quelli cioè, che da liceali andavano al Garibaldi. Che per farvi capire è un po’ come il Maurolico a Messina, solo che i “Garibaldini”, in quanto tali, si sentono rivoluzionari, sebbene a modo loro. Ovvero nella versione Lacoste Luis Vuitton. A villa Trabia e nel suo immenso parco, per altro, si collocano anche esemplari sopravvissuti al Gonzaga: scuola privatissima, costosissima e gesuitissima. Gli “scanazzati” [trad.: frikkettoni], invece, vanno a Lettere: nei corridoi di Lettere, nei box autogestiti di Lettere, nella biblioteca del Corpo Basso di Lettere. Così chiamato perché è una palazzina meno alta della principale che ospita la facoltà, il Corpo Basso è detto anche Corpo Tascio, in onore alla poièsi – uso un grecismo che mi capitò di sentire davanti la macchinetta del caffè, di Lettere – didread, sciarpe colorate e sigarette rollate col tabacco, esibite con estetica post-moderna dall’universo umanistico che l’affolla. Insomma, di posti per studiare a Palermo ce ne sono di tutti i tipi. Scegliete la specie di appartenenza e trovate l’habitat conseguente. Ne ho citati solo alcuni e garantisco: sono tutti affollatissimi. Perché? Adversis perfugium, secundis ornamentum? Direi che non mi convince. Per lo meno non quanto uno scorcio di conversazione, udito qualche giorno fa alla Regionale. Amico 1:- A me questa sala sembra migliore per studiare. Amico 2:- Sì, ma sono tutte minorenni.

Pubblicato su Le Vie del Centro, Messina

Serra Yilmaz: incontro tra una donna Sicoola e una Turchese

24 mar

Palermo- Continuano gli incontri organizzati da Modisvivendi, libreria di via Quintino Sella 79, con gli autori di alcune delle più interessanti uscite letterarie. Ieri, è stata la volta di Andreina Swich e Serra Yilmaz attrice e intellettuale turca, nota in Italia per le apparizioni in alcuni dei successi cinematografici di Ferzan Ozpetek (Le fate ignorantiLa finestra di fronte, Saturno controUn giorno perfetto). L’occasione, era la presentazione di Una donna turchese (Baldini Castoldi Dalai editore). Il libro, scritto da Andreina Switch, ripercorre la storia personale della Yilmaz intrecciandola a quella del suo paese e offrendola come spunto di riflessione sulle condizioni della donna in Turchia e non solo. Bloggalo!, le ha incontrate per voi.

- Da dove nasce l’idea del libro?

AS: Da un mio casuale inciampo – lo definisce così- nella cultura turca. Anni fa, al ritorno da un viaggio in quel paese, sono stata presa da un fortissimo desiderio di conoscerlo meglio. Ho iniziato a cercare contatti con turchi residenti in Italia, soprattutto a Milano, dove vivo, ma non riuscivo a trovare nessuno disponibile. Finché Serra ha risposto a una mia mail. Da allora è iniziato quel rapporto umano che è alla base del libro. Merito soprattutto della personalità di Serra, che sin dal primo momento e con mia enorme sorpresa, ha condiviso con me anche aspetti della sua vita personale e privata. Io le facevo domande sul suo paese, lei intanto mi raccontava del suo nuovo amore.

SY: Non è poi così strano. Anzi, credo che si debba parlare d‘amore con tutti: crea positività anche in chi ne è reso partecipe. Ricordo un episodio accaduto tanti anni fa. Dovevo volare dalla Turchia all’Italia e quando negli uffici della compagnia aerea dissi “viaggio per amore” si creò tutto intorno, tra gli impiegati, un’atmosfera elettrizzante. Erano agitati. Mi hanno aiutato, ma soprattutto erano felici di farlo.

- Serra, è la sua prima volta a Palermo?

SY: Ci sono stata anni fa, per un concerto. Allora lavoravo con Luigi Cinque e abbiamo dato uno spettacolo al Politeama. Si è trattato però, solo di un tocca e fuga. Ricordo solo una passeggiata notturna, in una città che mi sembrò bellissima e di aver comprato un anello di plexiglass con una foglia d’oro, in una strada di laboratori artigianali (ndr: via Bara all‘Olivella).

La Yilmaz infatti, possiede una collezione sterminata di oggetti di bigiotteria, con una predilezione particolare per i turchesi e in generale il colore blue;. Il suo preferito, al punto da portarselo persino in testa con una personalissima tintura e a cui – non a caso – si fa riferimento nel titolo del libro.

SY: conosco meglio Catania – aggiunge -, ho vissuto lì per almeno tre mesi per preparare uno spettacolo.

– Che similitudini ha riscontrato tra le donne siciliane e quelle turche, che raccontate nel libro?

SY: Credo siano piuttosto simili ma come sono simili le donne francesi e quelle turche. Spesso l’emancipazione è una maschera e  andrebbe tolta: le donne, credo siano simili dappertutto, perché ovunque sono una minoranza, che deve ancora lottare per i propri diritti e la propria emancipazione.

– Sembra quasi paradossale, che ad affermarlo con così tanta forza, in Italia, sia un’intellettuale “cosmopolita” più che straniera o turca. Che idea si è fatta del movimento femminista nel nostro paese?

SY: In generale, il movimento femminista non è più quello degli anni ‘70. Non che questo sia necessariamente un dramma. Io stessa partecipo meno e con uno spirito diverso a un certo tipo di manifestazioni. L’otto marzo per esempio, mi sembra quasi paragonabile alla giornata mondiale del cane. È un rituale. Ma continuo a interessarmi alle donne e spero che un giorno le giornate dedicate all’argomento non abbiamo più senso di esistere. Vorrà dire che il problema è risolto.

- Nel libro, c’è una descrizione molto curata dei rituali e degli stili di vita del suo quartiere natale. Quanto si sente legata alle tradizioni?

SY: Non mi sento per niente legata alle tradizioni. Al contrario, sono una donna di rottura. Certamente però, conservo piccoli rituali, modi di vivere e mi lego ai luoghi e alle situazioni. Non mi accade però, solo con quelli delle mie origini, ma con quelli di tutti i luoghi in cui ho vissuto. Ecco: se andassi a Catania, adesso, probabilmente tornerei in quel certo Bar a prendere la granita.

AS: In realtà – si inserisce, interloquendo direttamente con la Yilmaz – se intendiamo con “tradizioni“, certe abitudini o aspetti della quotidianità, lo sei molto: penso alle feste, che secondo te vanno celbrate o ad alcuni aspetti della superstizione che per gioco o per abitudine, mantieni vivi…

- Se volesse dare un consiglio su come conoscere e scoprire la vera Istanbul, quale sarebbe?

SY: Non credo sia una città che si lasci scoprire molto facilmente. È di difficile lettura, ma certamente consiglierei di restare nei quartieri antichi, dentro le mura.

AS: Il consiglio che ho sempre dato a chi ci va per la prima volta, è quello di fare i soliti giri turistici, perché certe cose non possono non essere viste, ascoltando però nel frattempo la città.. Lasciare che si insinui, con i suoi rumori, le sue voci e la sua musicalità

- Lei (ci rivolgiamo a Serra) che ha davvero fatto quasi tutto, l’attrice, la cantante – ci ha anche raccontato di aver lavorato per una radio turca nel corso della conversazione – ha ancora qualche desiderio professionale? Qualcosa che le piacerebbe fare?

SY: Non voglio scrivere un libro, anche se in Turchia, molti si aspettano che io lo faccia. Questa esperienza è stata abbastanza diversa, perché Andreina ha lavorato materialmente al progetto. Ma tendenzialmente, sono contraria a questa tendenza per cui tutti fanno tutto, anche al di fuori dal proprio ambito o settore. Mi piacerebbe dedicarmi di più alle traduzioni, ma come progetto teatrale per me e fare più teatro.

- Davvero non c’è una parte, un ruolo o uno spettacolo che non desidera interpretare più di altri?

SY- Quando è uscito l’Eleganza del Riccio - n.d.r. libro di M. Burberry – in Francia, molti miei amici e io stessa, a essere sincera, mi hanno detto che sarei stata perfetta per il ruolo della protagonista. Ho visto anche il film e credo che in quel ruolo avrei potuto dare molto, per quanto l’interpretazione che ne è stata data sia sicuramente all’altezza. Ecco, forse, mi piacerebbe portarlo a teatro.

Salutiamo Serra Yilmaz, augurandole di rivederla in teatro, nel ruolo e nello spettacolo, che una donna cosmopolita, indipendente ed emancipata come lei (che si è trasferita in Francia per non essere “l’attrice di Ozpetek”, ma un’attrice e basta) avrà scelto e forse anche tradotto, per sé.

per palermo.bloggalo.it

A qualcuno piace tascio

11 mar

Ballarò

L’anno scorso a inizio estate, un’amica praticante avvocato fece scoprire a tutto il gruppo l’aperitivo domenicale più in della città: grande albergo su lungo mare, servizio a bordo piscina, musica lange, bella gente, cibo a scatafottere. Perché saremo anche in ma viviamo in Sicilia: non siamo sempre pagate per il lavoro che facciamo e non dimentichiamo gli aspetti fondamentali di ogni vicenda. Qui, il costo totale dell’operazione, comprensivo cioè di bevanda e cena (perché un buffè libero con pasta fredda, insalata di riso, couscous, fritture di ogni tipo, patate cucinate in ogni modo immaginabile e risotto è una cena, se vuoi): dieci euro.

Certo, il mio vestito Barbara Streisand meritava una location del genere, ma era praticamente un furto. A Palermo City, infatti, l’aperitivo alla milanese è alla palermitana: paghi solo quel che bevi – anche solo un’acqua tonica, euro 1,50 – e mangi quello che vuoi. Persino nei ritrovi più rinomati. In uno di questi, poi, insieme allo scontrino ti consegnano un pizzino da portare al panellaro fashion parcheggiato con lapino (o lapa) sullo spiazzo di fronte – e munito di grembiule e cappello altrettanto fashion ma sopratutto vintage – per ricevere il bocconcino di pane e panelle a cui hai diritto. Non abbiamo paura dei tasci (cfr.: messinese zallo) in posti così, nonostante lo scrocco libero.

Stanno comunque lontani. Del resto, perché dovrebbero avvicinarsi? Se nei locali chic un cocktail vale mediamente 5,00 euro e una birra 3,50 o 4,00 con buffè, musica dal vivo o DJ Set, ma senza drink card e biglietto d’entrata, possono comunque avere di meglio. Alla taverna ‘i Baddarrò (ovvero Ballarò), una Bomba - versione per l’appunto bomba di insulso e nordico Spritz - costa un euro e ti ‘mbiachi. Con cinquanta centesimi in più puoi avere una birra grande, magari non di qualità ma pur sempre grande. Se hai fame o sei ‘mbiaco e devi ‘ntuppare, pochi spiccioli bastano per un paio di uova sode o un piatto di verdure o pesce fritto, nella bancarella accanto. Quanto allo spettacolo, vuoi davvero che manchi nella piazza di Baddarò?

Ci sono anche vie di mezzo: 3,00 euro o 3,50 per un cocktail e quattro stuzzichini fitusi. Ma certe sere, è la soluzione migliore: non sei in vena di impuparti, ma neanche di ‘ncuttumanrti (trad.: avvilirti) davanti alla TV. Alle volte però, sei ‘ncuttumata a prescindere: hai voglia a stento di pettinarti ed è in quelle sere, che ti concedi anche tu una Bomba in compagnia alla taverna di Ballarò. Sì, a Palermo City ogni tanto a qualcuno, l’aperitivo piace tascio.

Pubblicato su Le vie del Centro, Messina, Febbraio 2010

Fonte della foto: www.rosalio.it

L’Opera

17 feb

Teatro Massimo - Palermo

Messina si dice “Ci fu l’opera” intendendo con questo – per esempio – che la signora del terzo piano ha banniato (cfr. palermitano: ha buttato voci) e rovesciato un bagghiolo d’acqua (a Messina il cato è bagghiolo) in testa a quella del primo. Insomma, ogni qual volta il genere umano si produce in sceneggiate di vario tipo, tale sconcertante esibizione viene definita, per l’appunto, opera.

Non che a Palermo manchino scene del genere: quello che fa difetto, semmai, è l’espressione idiomatica equivalente. Ma in compenso, si va all’opera veramente. Con tutto il rispetto per la stagione lirica del Vittorio Emanuele, non ho difficoltà ad ammettere che la location – e l’acustica – del Massimo è tutta un’altra cosa. E da melomane, quale comunque sono, non posso fare a meno di perdere questo genere di rappresentazione, ogni volta che posso.

L’altra sera non potevo: prima del Nabucco di Verdi e biglietti esauriti da tempo immemore. Ma le donne Sìcoolæ – si sa – non si fermano davanti a nulla, o per meglio dire: davanti a uno show di qualsivoglia natura non possono fare a meno di fermarsi ad osservare. E fu così che in compagnia di Vaikinga goes to Austrelia, mi ritrovai ferma e immobile (altro che piuma al vento) davanti ai cancelli del Massimo, all’uscita degli spettatori. Passavamo di là, dopo lauta cena e English Conversation e non abbiamo potuto fare a meno di notare l’epifania di pellicce e uomini in abito scuro che ci veniva incontro.

“Che spettacolo gli spettatori di una prima!” abbiamo pensato, sebbene (o dal momento che) i commenti registrati lasciassero parecchio a desiderare: “bello il Va Pensiero” era il più gettonato. E già, signora – avrei voluto dire -, chi l’avrebbe mai detto. Ma il meglio doveva ancora arrivare. Quantunque i più fossero elegantemente vestiti – del resto vanno non a teatro ma alla prima, per questo – delle schegge impazzite vagano in mezzo a loro: bagascione 70enne con cofana ossigenata, abito lungo, rosso e scarpa nera. Orrenda. Famigliola con donne in abito ovviamente lungo ma del genere “stoffa da confezione di confetti, arancione, proveniente da via Bandiera o simili” e scarpa di strass (parenti, non c‘è dubbio, di un debuttante del coro).

Non sarò classista, non potrei, ma non sono neanche cieca. In questo contesto, persino il melomane in abito e cappotto scuro, semplicemente appropriati, si faceva notare: era l’unico andato lì col solo intento di assistere allo spettacolo e non per fare pubbliche relazioni. L’unico vero melomane, come il vecchio frak di Modugno, se ne andava via, solitario e felice senza fare conversazione con nessuno. Ed è stato a quel punto, che Vaikinga e io, ci siamo guardate con sguardo complice e abbiamo detto: – Pochi euro e doppio spettacolo, quello di ieri e quello di oggi. Laddove il “quello di ieri” era la prova generale del Nabucco. Tecnicamente uguale alla prima – ma senza il panico da prima che affligge gli artisti e senza il pubblico della prima che va a vedere la prima, non l’opera – è stato possibile assistervi, come con tutte le prove generali, pagando un biglietto ridotto. E fu così, che immobili, tutt’altro che piume al vento, non ci siamo perse l’opera: né in messinese, né in palermitano.

pubblicato su le Vie del Centro, Messina, febbraio 2010

Shopping made in Sicily in via Bara

30 gen

via Bara all'Olivella

Via Bara all’Olivellè una stradina del centro storico palermitano prospiciente il teatro Massimo. Nelle ore diurne, è affollata da palermitani in pausa pranzo o caffè, che non resistono alla tentazione di godere di qualcosa buono, accompagnandolo alla vista di un pezzetto del loro monumento preferito. Ma soprattutto, è attraversata da turisti – italiani e stranieri – alla ricerca di souvenir da portare con sé. Ma non souvenir qualunque: perché via Bara all’Olivella è nota principalmente per essere una tappa obbligatoria dello shopping made in Sicily, nel vero senso della parola. Tornata in auge agli inizi degli anni novanta – all’epoca della cosiddetta “primavera palermitanadi orlandiana memoria – su di essa, si affacciano laboratori e punti vendita di manufatti artigianali di ogni genere: ceramiche, coppole, vetrate, articoli di gioielleria, falegnameria e chi più ne ha più ne metta, disponibili in formato take away o su ordinazione e  il tutto – ovviamente – in ogni foggia, dimensione e prezzo.

Ma se sui tempi della rinascita le opinioni sembrano concordare è sui motivi – o le cause  – che i pareri di chi ha scelto di avviare qui un’ attività commerciale, iniziano a differianziarsi.

Teatro dei Pupi - locandina -

L’artista del gioiello Roberto Intorre sostiene che il primo imput venne – più di quindici anni fa –  dalla manifestazione “Macchina dei Sogni”. Organizzata in prossimità del Natale dal Maestro Cuticchio – che proprio in via Bara tiene da tempo immemore il celebre Teatro di Pupi Siciliani di famiglia – e costruita intorno alle perfomance di artisti di strada, prevedeva accanto a essi, la presenza di venditori ambulanti di pezzi artigianali nello spirito delle fiere medievali.

Intorre, all’epoca studente di architettura, dice di non aver dimenticato quell’esperienza neanche negli anni di soggiorno all’estero. Tornato a Palermo – e divenuto ormai desiner – ha aperto proprio lì, grazie a un prestito d’onore, la sua bottega: un luogo di produzione e vendita di monili “in materiali prevalentemente poveri - precisa - che rielaborano in chiave moderna le tradizioni e gli stili del passato”. Dopo dieci anni, la sua attività di gioielliere contemporaneo, come ama definirsi, continua.
Alla Macchina dei Sogni, fa riferimento anche uno dei ceramisti che abbiamo incontrato. “Anche se la vera novità – dice -, il volano dello sviluppo della strada come centro commerciale, è stata la riapertura del Teatro Massimo”.All’epoca  –   in ossequio al tormentone “il posto fisso non esiste più, trovatevi qualcosa da fare” –   aveva già aperto il suo laboratorio. Eppure, confessa, stava per chiudere.
Riaperto il teatro anche alle visite guidate, via Bara riprende il ruolo di asse viario che lo collega al Museo Archeologico Salinas “Da quel momento - dice il nostro amico ceramista - è cambiato tutto. Solo dopo, per promuoverla ulteriormente, si è fatto ricorso al progetto Urban. Fino a qualche anno fa, infatti, la Comunità Europea con il patrocinio dei Comune di Palermo, finanziava – in buona parte a fondo perduto – l’avviamento di attività artigianali che avessero come scopo il recupero di tradizioni locali.  Di questa opportunità hanno usufruito molti di coloro i quali lavorano ancora oggi in via Bara, sebbene nel tempo le cose siano cambiate: il progetto si è esaurito e l’equilibrio commerciale della strada si è assestato, differenziandosi.

coppole artistiche

Silvana Donelli, per esempio, ha avviato grazie al progetto Urban il suo laboratorio di vetrate artistiche e oggetti in vetro e ceramica. Nel tempo “a causa, anche, delle nuove norme che pongono limiti di peso ai trasporti aerei per turisti”, dice la madre con cui abbiamo parlato, ha differenziato la sua attività e anche se non ha mai smesso di creare e vendere – soprattutto su ordinazione – i suoi lavori, ha aderito a un franchising (con punti vendita in varie parti del modo: Italia, ma anche Giappone, Austria, Stati Uniti e Germania) del classico copricapo siciliano, la coppola – in un’infinita varietà di colori, fantasie e tessuti – prodotta a San Giuseppe Jato.

Via Bara all’Olivella, però, per quanto via dello shopping made in Sicily – e del made in Sicily – è uno spaccato di sicilianitudine in tutti i sensi. Anche qui, infatti, si pecca di esterofilia riadattando alla lingua, all’accento e agli usi locali, le mode e i nomi che vengono dall’estero. Soprattutto se è la televisione a importarli. Accanto il negozietto in fondo alla strada che vende dipinti a olio, terrecotte e ceramiche artistiche, quella che normalmente sarebbe una friggitoria-tavola calda, prende il nome di pub drinkeria e si chiama Peach Pit. Perché siamo a Palermo, ma non ci sentiamo inferiori a Beverly Hills.
Articolo pubblicato su Le vie del Centro Magazine, Messina, dicembre 2009
foto: Antonella Cortese

Fatta

11 gen

Fatta?

La mia amica Vikinga goes to Australia, aveva qualcosa di serissimo da festeggiare: l’arrivo del primo, sudatissimo e meritatissimo stipendio.Quella che non si chiama Marika, invece, era stata invitata a un concerto di amici. Così finimmo, in una serata di inizio stagione mondana di paranoia – più che Palermo – city, sulla veranda di palazzo Fatta. Affacciata alla balaustra, osservavo la piazza (Marina) e ricordavo il tempo in cui, piccola provinciale appena giunta nella grande città, attraversandola avevo dei sogni: un micro appartamento da quelle parti – un delizioso abbaino, stile bohémien – e la possibilità di ritrovarmi un giorno – chissà come, chissà quando – dalla veranda immensa di quel palazzone d’epoca che attirava tanto la mia attenzione.

Improvvisamente c’ero; e affacciata al balcone di palazzo Fatta, mi sono chiesta se in un modo o nell’altro, anch’io  ce l’avessi fatta.

Non era stato difficile arrivare lassù, ma solo apparentemente: delle piccole provinciali giunte nella grande città, sprovviste di agganci giusti, ci mettono tempo e fatica a cercare e a trovare gli agganci giusti. C’è voluta capacità di adattamento ma soprattutto, di superamento. Dallo sfascio rivoluzionario, alradical-chic sino allo chic e basta: accomodarsi va bene, immobilizzarsi mai.

E sarà per questo che anche se non ho ancora l’appartamento dei miei sogni, nel frattempo, sempre nei miei sogni, il piccolo rifugio bohémien, si è trasformato in un bilocale in centro con camerino appendi abiti. Questione di infighettamento, si dirà, ma soprattutto di feeling: amo le faccende domestiche, non le cederei mai a terzi – che mi girerebbero per casa e avrebbero il controllo reale dei miei slip – e alla luce di tutto questo, tra me e me, penso e dico: “scupattivvillu vui, il pavimento di un attico a cinque stanze”. Quanto al camerino appendi abiti, non è tanto una velleità da fashion-victim, quanto la necessità di una donna poco organizzata, ma assolutamente pratica: detesto piegare le maglie, stirale due volte, cercare le scarpe e fare il cambio stagione. Voglio tutto a portata di mano, meglio ancora se appeso: facile, veloce e soprattutto comodo.

Certo, l’appartamento dei miei sogni necessita di un r eddito del quale sono momentaneamente sprovvista. Nota dolente: affacciata al balcone di palazzo Fatta, mi sono resa conto, che le donne davvero pratiche – come Vikinga - hanno obiettivi e li perseguono, quelle romantiche o poco concrete – come me – solo sogni. E “se i sogni son desideri” a cui non so rinunciare, credo che continuerò a sognare tutta la vita, senza far nulla di pratico per poter dire anch’io “ce l’ho fatta”.

Ma subito dopo, infreddolita sul balcone di palazzo Fatta, mi son data una botta in testa. Avevo dimenticato che ce l’avevo anch’io qualcosa da festeggiare: i complimenti del giornalista scrittore che mi piace tanto e la proposta di collaborazione di un mensile, la terza in neanche un anno. Da donna romantica e poco concreta, che ha bisogno di credere che i sogni non si realizzano (per poter continuare a sognare ) e non crede alla realtà se è quella che desidera,  me ne ero completamente dimenticata. E fu così che – infreddolita e affacciata al balcone di palazzo Fatta – mi sono resa conto, che ancora se ancora non ce l’ho proprio fatta, ho imbroccato la  strada giusta e almeno un bel pezzo, di quella famosa strada, l’ho comunque fatta.

Post originale su: http://palermo.bloggalo.it/2010/01/11/fatta/

Lov Stori

30 nov

Pupa

Il curtigghio, si sa, è un brand Made in Sicily. Resiste nei secoli e tutt’al più acquista nuovi mezzi e strumenti di diffusione. In poche parole: si amplifica. Lo scorso inverno, a Palermo City, un fedifrago concubino la fece grossa per ben due volte: tradì la sua donna e per farsi perdonare invase gli spazi pubblicitari della città con manifesti giganti, in cui chiedeva perdono e giurava eterno amore. Nessuno seppe mai – almeno ufficialmente – chi fosse l’autore del folle gesto, ma tutti intuirono quel che c‘era da intuire: il fedifrago concubino era uno «chinu i picciuli». Ufficiosamente però, la vicenda pruriginosa aveva contorni ben più chiari e anche un happy-end: ai piani alti e nobiliari, le apparenze – ovvero la pubblicità – sono ciò che conta e lei aveva perdonato.

è finita

Vox populi, vox dei e un gesto come questo non poteva non avere seguito, sebbene nella versione popolana, da volgo. Il primo ad accorgersene, esibendo a testimonianza fotografia all’uopo, è stato Rosalìo, urban-blog panormitano che racconta storie serie e facete della città. “A DIO PUPA! TI O AMATO” sta scritto su un muro dell’Albergheria, quartiere popolare incastonato nel centro storico della città. Rilanciata dai mezzi di informazione-curtigghio, la vicenda suscita ilarità e si trasforma in vera e propria LOV STORI a puntate. Dopo pochi giorni, in una strada attigua, appare il seguito della vicenda: “A DIO PAOLA PERSEMPRE” e venti metri più avanti “+ E FINITA PUPA”. Ma era necessario. Anche ai piani bassi le apparenze contano e se  il graffitaro non ha niente da perdere perché probabilmente non ha niente da spendere – infatti il suo è un ADIO definitivo con tanto di croce sopra – che lo sappiano i muri e la città: lui LAMATA tanto la sua PUPA ed è certamente lei la fedifraga concubina.

fonte delle foto: Antonella Cortese

Articolo pubblicato su Le Vie del Centro, Messina.

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