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Francamente mi scompiscio

3 apr

Francamente me ne infischio - scena finale Via col Vento -

Io sono Reth, per questo amo Rossella. Ma è normale: Margaret Mitchell era una donna, l’eroina del suo libro e oggetto del suo amore (come accade sempre nel rapporto autore/opera, Gustave Flaubert/Madame Bovary c’est moi insegna) aveva le caratteristiche dell’uomo non reale ma dei sogni di ogni donna (e non parliamo di principi col pennacchio ma di gentaglia tutti e due/sogno erotico e appagante). Reth invece ama Rossella come solo una donna vorrebbe (più che saprebbe) fare con l’eventuale uomo/gentaglia tutte e due che vorrebbe tanto amare. Per questo alla fine se va e dice “francamente me ne infischio”. Fa quello che una moltitudine di donne, sopraggiunto il secondo istinto, quello di sopravvivenza, vorrebbe fare senza averne il coraggio.

Ma io sono Reth. Lo sono davvero. E non nel senso che me ne vado: nel senso che non sono l’astrazione degli istinti erotico-sentimentali (prima) e di sopravvivenza (dopo) repressi di una donna. Lo sono perché sono quegli istinti (entrambi) e se succede anche di ben altri sentimenti (reali). Senza bisogno di scuse e astrazioni e senza bisogno di auto-convincermi. Perché sono una donna onesta, soprattutto con me stessa.

E se nessuna donna – onesta o no – è Rossella, perché sarebbe un uomo, nessun uomo che mente a se stesso è Rossella per il semplice fatto di mentire a se stesso, se lo fa. Perché nessun uomo reale possiede qualità maschili irreali, che solo una donna può astrarre in una donna per parlare di un uomo. E perché, soprattutto, un uomo che mente a se stesso si auto-convince. Infatti lo fa per quello.

Non avrà mai momenti di crisi in cui rimpiangerà di non essere tanto buono e generoso come sua madre. Ne sarà sicuro, nonostante tutto. Non si accorgerà all’improvviso e quando ormai è troppo tardi (forse, perché la Mitchell era comunque una donna e anche se gli faceva chiudere la porta, lasciava il finale aperto) che di Asley non gliene importa nulla.

E  da buon Reth, io che ho il coraggio “di guardare le cose in faccia e chiamarle col loro nome” senza inventarmi un alter ego maschile che le dica per me, davanti ai tentativi bislacchi di chi cerca di convincere se stesso di qualcosa in cui evidentemente non crede, perché corroborato da una serie infinita di atti e fatti (reali) che ne attestano la totale falsità, non riesco a non ridere. Sì, my dear, io francamente… mi scompiscio.

Sull’eroina mia eroina

28 apr
Credo sia abbastanza evidente. Inutile girarci intorno: ho bisogno d’ispirazione, alle volte, di eroine degne di questo nome. Ne ho talmente bisogno che alle volte ho la sensazione di andare in crisi d’astinenza, come se le ”eroine” fossero la mia eroina.
Una delle più remote della mia vita è quella Rossella -Scarlett- O’Hara, protagonista di Via col Vento. Tutto merito – o colpa – di mia nonna, che me l’ha fatto vedere e rivedere da quand’ero in fasce, ma ho un rapporto talmente atavico con quel film che neanche Bruno Vespa, con la sigla di Porta a Porta, è riuscito a farmelo odiare. Per cui rifacciamolo.
Ed eccola lì, scena finale del film: dopo quattro ore di disgrazie, Rossella di nuovo ricca e sicura, è sola, disperatamente sola. Piange e si chiede ‹‹cos’è che conta nella vita?›› Ma è uno smarrimento momentaneo. Improvvisamente, alza la testa e dice: – Tara. A casa, a casa mia. E troverò un modo per riconquistarlo, dopotutto, domani è un altro giorno…
Ho sempre amato la Rossella O’Hara, che in preda alla fame e alla disperazione giura davanti a Dio che i nordisti non la batteranno e che non soffrirà mai più la fame (‹‹… né io, né la mia famiglia! Dovessi mentire truffare, rubare o uccidere, lo giuro davanti a Dio, non soffrirò mai più la fame!››).
Ma recentemente, ho scoperto di odiare questa Rossella, quella dell’ultima scena, per invidia. Perché lei, alla fine della fiera, qualcosa a cui aggrapparsi ce l’ha. L’ha difesa e strenuamente, certo; ma ce l’ha. E io invece? Cos’è che conta nella vita, per me?
Finita l’epoca dei sogni, entrata ufficialmente e a buon diritto nella stagione dello spietato realismo, niente affatto consolatorio, non ho neanche una cazzo di piantagione, patria spirituale o bene succedaneo a cui aggrapparmi.
Proprio come Rossella, ho giurato davanti a Dio che avrei sconfitto i miei nemici (i miei fantasmi) e saziato la  mia fame (di comprensione); lì dov’ero, con un mucchio di sabbia in bocca e non stretto in mano. Ho giurato che se qualcuno mi avesse di nuovo ferito, nessuno, mai più, mi avrebbe distrutto. Che se mi avessero di nuovo rubato qualcosa, avrei fatto in modo di possedere dell’altro.
Eppure qualcosa non torna.   Il punto è che io non ho niente e non credo in niente e se ci credo, non l’accetto. Come Ivàn Karamazov.  Ma sono pur sempre un essere umano, e la vorrei anch’io ‹‹qualcosa per cui valga la pena di lavorare, di soffrire, di morire, perché è la sola cosa che duri!›› Cerco nei libri, nella letteratura, nella psicoanalisi, nei film, una soluzione. Qualcosa che  mi renda davvero libera, estirpando definitivamente “il male”: questo insopportabile bisogno di credere  in qualcosa.
Tutte le grandi scoperte scientifiche sono banali. Talvolta, le soluzioni che illuminano l’esistenza, senza cambiare il mondo ma la  percezione che hai di esso, il che è la stessa cosa, lo sono altrettanto.
Improvvisamente vedo per la prima volta quello che avevo sotto gli occhi da almeno 16 anni, da quando ho visto per la prima volta quello stramaledetto film: vero è che quella gran culo di Rossella O’Hara, alla fine lo capisce che cos’è che conta nella vita. Ma solo dopo una serie incredibile disgrazie, lutti, errori commessi e soprattutto, dopo aver detto almeno mille volte ‹‹non posso pensarci adesso, se no divento pazza… ci penserò domani!›› È questo quello che le dà la forza. Non l’amore che crede di provare per Ashley o l’attaccamento per Tara. È grazie a tutti questi “ci penserò domani” che mantiene lucidità e fermezza, che resiste, combatte, vive. Non sopravvive. Nel frattempo, quello che costruisce davvero è se stessa. Anche se il prezzo da pagare è perdere l’unico uomo che abbia mai amato, senza rendersene conto. Quel Reth stremato, che alla domanda ‹‹se te ne vai, che ne sarà di me, che farò?›› non può non risponderle con l’ottimo ‹‹francamente, me ne infischio!››
Già Reth se ne va, perché lui che pensa che non basti dire mi dispiace (come i bambini) è quello che ha solo ‹‹un amore per le cause perse, quando sono proprio perse››. Sfortunatamente, a pensarci bene,  credo di essere più simile a lui che non a Rossella. Oh, ma non posso pensarci adesso, se no divento pazza, ci penserò domani!
in lingua originale, per la più grande attrice di sempre.
P.S.  l’ho scritto qualche anno fa, ma lo pubblico per dedicarlo a mia nonna, nei giorni del suo compleanno, se ancora fosse qui.

 [post originale Aprile 2008]

 

 

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