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Riapertura del Bolshoi: l’italia c’è e c’è anche la Sicilia

30 ott

Bolshoi - fonte la Stampa-

La diretta era visibile sia via satellite che in diversi cinema sparsi per il mondo (Italia compresa). Su youtube, qualcuno, ha persino caricato il video completo. Due ore e diciassette minuti per raccontare la riapertura del Bolshoi dopo un restauro lungo sei anni.

I russi non ci sono andati leggeri. Tutt’altro. Inizio ufficiale con un discorso del presidente della Repubblica, seguito da quella che potremmo definire una sigla con coro classico incastonato in scenografia high tec, prima di lasciare spazio alle stelle della lirica e del balletto, accompagnate da quelle della musica.

Trionfo e pompa magnissima per uno dei simboli della cultura russa, di derivazione imperiale si badi bene.

L’italiana che è in me, prova un po’ di sana invidia o solo a ragionare: se riuscissimo a creare eventi un decimo paragonabili a quello che hanno costruito loro, per uno solo degli almeno 10 teatri storici di questo paese, vivremmo tutti molto meglio. Fuori dalla dicotomia tagli e/o finanziamenti orizzontali. Le istituzioni culturali più prestigiose riuscirebbero a vivere in buona parte da sole, liberando risorse per chi ne ha davvero bisogno. Noi, cittadini poi, saremmo persone migliori.

Consoliamoci: sipario, tendaggi, imbottiture, carte da parati sono assolutamente made in Italy. Realizzati cioè da Rubelli, storica azienda veneziana del settore tessuti [qui la notizia]. A dimostrazione che abbiamo tutto, volendo:  la cultura alta e l’artigianato (altrettanto alto) perché la tradizione nell’uno e nell’altro caso contano eccome.

La russophila, danzophila e melomane che è in me, ha però il sopravvento. Per fortuna, e messi da parte i ragionamenti va in estasi, di tanto in tanto.

Il collo del piede made in Matruska Rassia è un’altra cosa, onestamente.

E io che mi ero persino fatta il passaporto perché volevo davvero andare in Russia questo autunno. Base Sanpietroburgo, capatina a Mosca con trasferta in treno, naturalmente, in stile Anna Karenina, naturalmente, anche se con finale diverso, naturalmente. Ero persino andata a spulciare sul sito del Teatro Mariinsky scoprendo quant’è facile prenotare i biglietti per uno spettacolo. Sognavo già un appartamentino vicino la prospettiva Nevskij, cetriolini, the dal samovar e/o vodka in compagnia delle due persone giuste. Matruska Rassia!

Non ho potuto, per motivi vari e perché la burocrazia imperiale prima, sovietica poi e repubblicana (autoritaria) oggi sono sempre la solita burocrazia russa.

Consoliamoci lo stesso. Lì dove non ha potuto la donna Sicoola, Antonella da Messina, ha potuto il suo illustre e omonimo concittadino del XV secolo: Antonello è a Mosca, in mostra – dal 9 settembre al 20 novembre – con alcune delle sue opere più note alla Galleria Statale Tretyakov. Tra le altre, la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione, l’ Ecce Homo, il San Gerolamo, il San Gregorio  e il Sant’Agostino.

Ambasciatore della cultura sicula è lui. A me basta il video su youtube. La burocrazia sarà ancora quella imperiale, ma abbiamo internet e fa miracoli. Se ci si sa accontentare.

L’Opera

17 feb

Teatro Massimo - Palermo

Messina si dice “Ci fu l’opera” intendendo con questo – per esempio – che la signora del terzo piano ha banniato (cfr. palermitano: ha buttato voci) e rovesciato un bagghiolo d’acqua (a Messina il cato è bagghiolo) in testa a quella del primo. Insomma, ogni qual volta il genere umano si produce in sceneggiate di vario tipo, tale sconcertante esibizione viene definita, per l’appunto, opera.

Non che a Palermo manchino scene del genere: quello che fa difetto, semmai, è l’espressione idiomatica equivalente. Ma in compenso, si va all’opera veramente. Con tutto il rispetto per la stagione lirica del Vittorio Emanuele, non ho difficoltà ad ammettere che la location – e l’acustica – del Massimo è tutta un’altra cosa. E da melomane, quale comunque sono, non posso fare a meno di perdere questo genere di rappresentazione, ogni volta che posso.

L’altra sera non potevo: prima del Nabucco di Verdi e biglietti esauriti da tempo immemore. Ma le donne Sìcoolæ – si sa – non si fermano davanti a nulla, o per meglio dire: davanti a uno show di qualsivoglia natura non possono fare a meno di fermarsi ad osservare. E fu così che in compagnia di Vaikinga goes to Austrelia, mi ritrovai ferma e immobile (altro che piuma al vento) davanti ai cancelli del Massimo, all’uscita degli spettatori. Passavamo di là, dopo lauta cena e English Conversation e non abbiamo potuto fare a meno di notare l’epifania di pellicce e uomini in abito scuro che ci veniva incontro.

“Che spettacolo gli spettatori di una prima!” abbiamo pensato, sebbene (o dal momento che) i commenti registrati lasciassero parecchio a desiderare: “bello il Va Pensiero” era il più gettonato. E già, signora – avrei voluto dire -, chi l’avrebbe mai detto. Ma il meglio doveva ancora arrivare. Quantunque i più fossero elegantemente vestiti – del resto vanno non a teatro ma alla prima, per questo – delle schegge impazzite vagano in mezzo a loro: bagascione 70enne con cofana ossigenata, abito lungo, rosso e scarpa nera. Orrenda. Famigliola con donne in abito ovviamente lungo ma del genere “stoffa da confezione di confetti, arancione, proveniente da via Bandiera o simili” e scarpa di strass (parenti, non c‘è dubbio, di un debuttante del coro).

Non sarò classista, non potrei, ma non sono neanche cieca. In questo contesto, persino il melomane in abito e cappotto scuro, semplicemente appropriati, si faceva notare: era l’unico andato lì col solo intento di assistere allo spettacolo e non per fare pubbliche relazioni. L’unico vero melomane, come il vecchio frak di Modugno, se ne andava via, solitario e felice senza fare conversazione con nessuno. Ed è stato a quel punto, che Vaikinga e io, ci siamo guardate con sguardo complice e abbiamo detto: – Pochi euro e doppio spettacolo, quello di ieri e quello di oggi. Laddove il “quello di ieri” era la prova generale del Nabucco. Tecnicamente uguale alla prima – ma senza il panico da prima che affligge gli artisti e senza il pubblico della prima che va a vedere la prima, non l’opera – è stato possibile assistervi, come con tutte le prove generali, pagando un biglietto ridotto. E fu così, che immobili, tutt’altro che piume al vento, non ci siamo perse l’opera: né in messinese, né in palermitano.

pubblicato su le Vie del Centro, Messina, febbraio 2010

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